Circular Fashion-Tech Lab: dove la moda diventa davvero circolare
La moda è uno dei settori più creativi, ma anche tra i più impattanti dal punto di vista ambientale. Oggi, tra sostenibilità e trasformazione digitale, il sistema fashion è chiamato a ripensare l’intero ciclo di vita dei prodotti.
Al Politecnico di Milano nasce il Circular Fashion-Tech Lab, un laboratorio che integra design e tecnologie avanzate per rendere la moda più sostenibile e circolare.
Ne abbiamo parlato con Daria Casciani, responsabile scientifica del laboratorio.
Daria Casciani in laboratorio
Partiamo dal tuo percorso: come sei arrivata a occuparti di moda sostenibile?
Il mio percorso nasce dal design di prodotto, ma si è presto orientato verso la sostenibilità, intesa non solo come impatto ambientale, ma come equilibrio tra dimensione ambientale, sociale ed economica.
Quando ho iniziato a lavorare nel gruppo di ricerca Fashion in Process, ho cominciato a guardare alla moda non come a un singolo prodotto, ma come a un sistema complesso: una filiera fatta di molti attori, dalla produzione al consumo.
È lì che il design diventa fondamentale: non è solo estetica, ma uno strumento per ripensare l’intero sistema.
Nel vostro lavoro il design ha un ruolo centrale. Cosa significa “design-driven”?
Significa usare il design come lente attraverso cui leggere e trasformare i processi.
Non partiamo dalla tecnologia per poi adattarla, ma facciamo il contrario: partiamo dai problemi e dai bisogni, e scegliamo le tecnologie che possono aiutarci a risolverli.
In questo senso, il design diventa una leva strategica per guidare il cambiamento verso modelli più sostenibili.
Il Circular Fashion-Tech Lab nasce proprio da questa visione. Di cosa si tratta?
È uno spazio di ricerca e sperimentazione che lavora sulla cosiddetta “twin transition”, cioè la doppia transizione digitale e sostenibile.
L’obiettivo è integrare tecnologie avanzate — come la scansione 3D del corpo o la stampa additiva — con un approccio progettuale orientato alla circolarità, intervenendo su tutta la filiera, dalla progettazione fino al fine vita del prodotto.
Lo possiamo immaginare come una sorta di palestra: uno spazio in cui sperimentiamo nuovi modi di progettare, prototipare e produrre.
Se entrassimo nel laboratorio, cosa vedremmo concretamente?
Vedremmo tecnologie come scanner 3D per digitalizzare il corpo, software per progettazione parametrica e stampanti 3D, anche integrate con un braccio robotico.
Ma più che le macchine, quello che conta è come le usiamo.
Per esempio, lavoriamo molto sulla personalizzazione: invece di produrre grandi quantità di capi standardizzati, immaginiamo abiti progettati su misura, partendo dalle reali caratteristiche del corpo.
In che modo questo approccio può rendere la moda più sostenibile?
Oggi il sistema moda produce molto più di quanto venga effettivamente venduto. Questo genera sprechi enormi.
Con la personalizzazione, possiamo ridurre la sovrapproduzione e migliorare la vestibilità. Ma non solo: si crea anche un legame diverso tra persona e capo.
Parliamo di emotional durability: se un abito è pensato per me, è più probabile che lo tenga più a lungo.
State lavorando anche sulla stampa 3D applicata alla moda. A che punto siamo?
La stampa 3D è molto promettente, soprattutto per accessori e componenti come suole, bottoni o dettagli.
Sull’abbigliamento completo ci sono ancora limiti, soprattutto legati ai materiali, che devono essere più flessibili e confortevoli.
Ma l’idea è interessante: in futuro potremmo stampare un prodotto su misura, riducendo gli sprechi e aumentando la personalizzazione.
Esempio di stampa 3D
Quanto è importante il dialogo con le aziende?
È fondamentale. Il laboratorio nasce proprio per costruire un ponte tra ricerca e industria.
Collaboriamo con aziende che forniscono materiali o tecnologie da testare, oppure che vogliono validare soluzioni innovative in un contesto di ricerca.
L’obiettivo è dimostrare che esistono alternative concrete ai modelli attuali, anche in vista delle nuove normative europee sulla sostenibilità.
E il consumatore? Che ruolo ha in questa trasformazione?
È centrale. Non basta cambiare la produzione: bisogna cambiare anche il modo in cui percepiamo e utilizziamo i capi.
Uno degli aspetti più interessanti è quello dello storytelling: rendere visibile il processo dietro un prodotto, i materiali, le scelte progettuali.
Se un capo racconta una storia, è più facile che venga valorizzato e usato più a lungo.
Come immagini il guardaroba del futuro?
Probabilmente sarà ibrido.
Da una parte, capi di alta qualità, durevoli e personalizzati, pensati per accompagnarci a lungo. Dall’altra, prodotti progettati per avere cicli di vita più brevi, ma completamente riciclabili o biodegradabili.
E poi ci sarà una dimensione digitale sempre più importante: contenuti stilistici che cambiano nel tempo, senza dover produrre continuamente nuovi oggetti.
C’è qualcosa che ti ha sorpresa nel tuo percorso di ricerca?
La cosa più interessante è la dimensione interdisciplinare.
Il laboratorio funziona come un ecosistema in cui competenze diverse — design, ingegneria, psicologia — si incontrano.
È da queste contaminazioni che nasce una nuova conoscenza, capace di affrontare problemi complessi da più punti di vista.
Ripensare la moda non significa solo innovare materiali o processi, ma cambiare il modo in cui immaginiamo il rapporto tra persone, oggetti e sistemi produttivi.
Nel Circular Fashion-Tech Lab, questa trasformazione passa da un’idea semplice ma radicale: mettere il design al centro, come strumento per costruire un futuro più sostenibile.