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Instabilità geopolitica, crisi sanitarie: i rischi nella filiera farmaceutica e come gestirli

Data di pubblicazione

Tra i tanti effetti collaterali del COVID, c’è stato anche quello di mostrarci quanto fosse precario l’equilibrio di alcune filiere produttive davanti a emergenze di entità globale. Il blocco navale dei container in Cina, il principio attivo del paracetamolo che scarseggiava… Tra i tanti produttori che ne hanno subito le conseguenze, anche l’industria farmaceutica si è trovata davanti a uno scenario del tutto inaspettato, e che ha messo in seria discussione il suo funzionamento: scarsità di materie prime, capacità produttiva insufficiente e complesse normative di conformità tra i fattori più rilevanti. Partendo da quel campanello d’allarme, un gruppo di ricerca del Dipartimento di Ingegneria Gestionale-DIG del Politecnico di Milano ha condotto un’analisi sulla percezione e gestione del rischio nella supply chain farmaceutica, esponendone le fragilità e mostrando possibili vie da intraprendere nel futuro.

Un lavoro nato cinque anni fa come tesi di laurea magistrale di Camilla Borsani e Claudia Ciceri, attualmente dottorande al DIG, supervisionato dal docente di Gestione e organizzazione aziendale Federico Caniato, e da Michela Guida e Marco Farinelli, all’epoca dello studio entrambi dottorandi nel medesimo dipartimento. La ricerca ha portato alla pubblicazione di un articolo, a gennaio 2025, sulla rivista International Journal of Operations & Production Management concepito appunto come “impact pathway”, che sollevasse cioè delle problematiche non prese in considerazione prima e mettesse in discussione lo status quo.

Sono gli autori stessi a parlarci di quanto emerso durante le loro ricerche, e di quali potrebbero essere i possibili approcci per “cambiare il passo” e avviarsi verso una filiera più consapevole e coesa, e più efficiente in tempi di crisi – alla luce anche degli attuali sconvolgimenti geopolitici.

Quindi tutto è partito dal Covid…

Federico Caniato: Sì, anche se la ricerca si è di fatto focalizzata sul post Covid. Quello è servito a renderci conto della vulnerabilità, delle criticità della filiera farmaceutica, e dopo sono sorti altri problemi che andavano affrontati.

Quali strumenti avete utilizzato per la vostra ricerca?

Camilla Borsani: Il primo passo è stato quello di cercare di capire quali fossero i principali rischi, quali sono le spie principali che si accendono sulla scrivania di un'azienda che lavora nella filiera farmaceutica. Abbiamo consultato principalmente fonti accademiche, analizzando tutta la letteratura esistente per individuare le maggiori fonti di rischio e creare una lista: ne abbiamo identificate circa 80, e per restringere il cerchio d’azione abbiamo provato a stilare un ranking dei rischi principali, considerando quali venivano menzionati più spesso, identificandone 15: tra questi, la scarsità o non reperibilità di materie prime, ritardi nelle consegne, instabilità o imprevedibilità della domanda, cambiamenti nelle politiche e regolamentazioni governative, fluttuazione dei tassi di interesse, errori di pianificazione… Oltre all’input accademico, il vero valore aggiunto della nostra ricerca è stato poi parlare con persone che lavorano tutti i giorni all'interno di queste imprese, interpellando aziende che operano a diversi stadi della filiera farmaceutica: quindi abbiamo parlato con un produttore di principi attivi, uno di farmaci generici, uno di farmaci a marchio. E poi ovviamente con i distributori, che più subiscono alcune logiche di mercato e che connettono i punti di dispensa di ospedali e farmacie con i produttori. E infine con consorzi di farmacie, che sono il punto di contatto con l'utente finale di questa supply chain, ovvero il paziente, la figura più importante di tutta la filiera. Inoltre abbiamo avuto anche l’opportunità di confrontarci con un Ente regolatore dei farmaci di un Paese europeo, interviste che quindi hanno spaziato anche al di fuori del panorama nazionale. Abbiamo messo a confronto i diversi esperti coinvolti, in merito alla rosa finale dei 15 rischi più importanti secondo la letteratura consultata. Abbiamo chiesto di confrontare tra di loro i rischi a coppie, indicando quale fosse più importante di volta in volta, creando così una scala di priorità.

Come varia la considerazione di un fattore come “rischio” a seconda dei vari attori? 

Claudia Ciceri: Nella tabella (qui sotto) la prima colonna riporta la prioritizzazione dei 15 rischi identificati nella letteratura accademica, derivata dall’analisi di studi che hanno già esaminato la prioritizzazione dei rischi nella filiera farmaceutica. Confrontando questi risultati con quelli della nostra analisi, emerge che il ranking cambia completamente. La seconda colonna, infatti, mostra la percezione aggregata di tutti gli attori coinvolti nel nostro studio della rilevanza dei rischi considerati, e da essa possiamo vedere come la posizione dei diversi rischi nel ranking sia, anche sostanzialmente, cambiata. Inoltre, la posizione dei diversi rischi nella classifica varia ulteriormente quando analizziamo separatamente la prospettiva di ciascun attore della filiera. Vediamo, per esempio, che l'attore A, produttore di principi attivi, ha sicuramente un'attenzione particolare alla volatilità e al prezzo delle materie prime rispetto ad altri fattori. Oppure vediamo come la scarsità o non reperibilità di materie prime sia critica per il produttore di farmaci generici, e ovviamente meno per le farmacie perché la vedono meno vicina a loro; d’altro canto, invece, le farmacie sono più preoccupate dai ritardi nelle spedizioni.

E cosa ne è uscito?

CB: La grande rivelazione, da cui poi è nato l'articolo, è che ci sono priorità fortemente in contrasto tra loro lungo la filiera. È emersa una prospettiva a silos tra i diversi attori, esattamente l’approccio che è risultato essere un problema e di cui si son visti i limiti durante la pandemia. Se non si rema tutti nella stessa direzione, il rischio è quello, appunto, di privilegiare il proprio perimetro a discapito dell’utente finale della supply chain, che in questo caso è un paziente che ha bisogno del farmaco. Partendo da questo disallineamento di priorità tra le diverse imprese, attraverso il nostro articolo abbiamo cercato di stimolare un approccio alla gestione del rischio di filiera diffuso, condiviso da tutti gli attori.

FC: Diciamo che i vari attori della filiera farmaceutica alla fine erano sì consapevoli dei rischi, solo che ognuno vedeva rischi diversi, chiaramente quelli che li toccano più da vicino ma che, poi, hanno tutti un impatto perché si influenzano a cascata. In effetti la visione frammentata che è emersa è un problema non indifferente in un contesto, quello delle filiere globali, che cambia volto continuamente. Non ci si può più permettere di far arrivare tutto da un solo Paese, i limiti mostrati dal sistema durante il Covid poi si sono ripresentati anche successivamente con eventi come la guerra in Ucraina prima, o il blocco del canale di Suez per via dei gruppi armati Houti in Yemen, e ora con le tensioni tra Iran, USA e Israele. Insomma la percezione del rischio è cambiata col Covid, e sta cambiando ancora man mano che si presentano nuovi problemi: dal Covid abbiamo imparato appunto una lezione, aumentare la ridondanza, cioè il fatto che non si possa più avere una sola fonte di approvvigionamento per un principio attivo critico, e questa è una consapevolezza acquisita.  

Marco Farinelli: Infatti il problema che si riscontra è dato dal fatto che quella del farmaco era una supply chain molto globale. Adesso effettivamente si sta cominciando a provare a segmentare un po’ di più, ma non sempre è possibile: non si può pensare di realizzare stabilimenti di principi attivi in ogni regione del mondo. Sarebbe più facile per quanto riguarda il confezionamento, più difficile sulle fasi precedenti; c’è però un’inversione di tendenza e tentativi di regionalizzare un po’ di più sugli investimenti, per esempio.

Quale sarebbe dunque la soluzione?

CB: Noi ci siamo fermati a quella che è la valutazione del rischio, per cui non siamo andati oltre ma abbiamo indicato quattro possibili vie. Sarebbe importante sviluppare strategie di mitigazioni del rischio per l’intera filiera, non legate a uno specifico attore, ma che tengano in considerazione le priorità di tutti. Nel delineare alcuni macrotrend purtroppo siamo stati abbastanza predittivi: è importante tenere sempre in considerazione gli aspetti geopolitici, le tensioni internazionali e mantenerne una visibilità che vada dal produttore di principi attivi alla farmacia, perché finché si reagisce a questi eventi quando ci si ritrova davanti al fatto compiuto, vengono solo subiti. Bisognerebbe invece lavorare in modo da provare ad anticipare possibili scenari.

FC: La prevenzione del rischio è fondamentale, per esempio, laddove ci sono concentrazioni di fornitori in zone particolarmente esposte a rischi geopolitici, piuttosto che a catastrofi naturali: in quei casi, come già evidenziato prima, si potrebbe lavorare in anticipo come filiera per provare a spostare o a diversificare, dove possibile chiaramente, le geolocalizzazioni dei fornitori.

Qual è un aspetto innovativo del vostro studio? 

CB: L'ultimo tema che abbiamo incluso è forse un po’ la ciliegina sulla torta dell’approccio che proponiamo. Di recente si è iniziato a parlare tantissimo di ecosistemi nelle filiere, quindi di andare a includere anche attori che non sono direttamente coinvolti nella catena del valore, ma che possono in qualche modo essere portatori di interesse: si tratterebbe quindi di includere tutti quegli stakeholder che possono avere un ruolo fondamentale all'interno della filiera farmaceutica. E su tutti, mi viene in mente un possibile coinvolgimento anche di semplici cittadini, gli utenti finali: in questa filiera il rischio di stock out è forse quello peggiore perché va a danneggiare direttamente il paziente. Non è come al supermercato per cui se oggi non è disponibile una marca, si va da un competitor: se oggi non è disponibile il farmaco specifico per una malattia, l’impatto sulle persone è significativo.

Mi viene in mente il caso Ozempic, farmaco utilizzato finora per curare il diabete ma che, a causa di un pericoloso trend negli USA, viene ora usato sempre più al di fuori delle indicazioni terapeutiche approvate e, in particolare, per finalità estetiche non associate a una necessità clinica, e ciò ha messo a rischio le scorte per i pazienti…

CB: Secondo me è un caso emblematico di come la distanza col cliente finale faccia perdere il contatto su quando un farmaco è necessario, e quando invece vieni utilizzato a scopo non clinico. In un ecosistema che funziona a 360°, in cui è incluso il paziente finale, vedo difficile che si possa andare a vendere una cura a scopo estetico invece che medico, rischiando che poi per quest’ultimo venga meno il prodotto. E qualora non si riuscisse a prevedere la diretta inclusione, in un mondo ideale bisognerebbe perlomeno trasporre al massimo l'interesse del paziente finale all’interno della filiera farmaceutica: mi aspetto che venga considerato come stakeholder a tutti gli effetti, perché rappresenta il destinatario effettivo del prodotto. 

L’intelligenza artificiale e la digitalizzazione possono aiutare a intervenire sulla gestione della supply chain in casi di crisi? E come?

CC: La gestione del rischio nella supply chain è un tema molto attuale, con cui tutte le aziende si stanno confrontando, c’è molto interesse nel potenziale dell’intelligenza artificiale. L’AI può essere usata prima di tutto per mappare le filiere, identificandone così tutte le potenziali criticità, come la dipendenza da un fornitore unico o la presenza di molteplici fornitori in aree particolarmente esposte a rischi. Inoltre può permettere di integrare fonti informative diverse così da individuare più tempestivamente i potenziali rischi e monitorarli in tempo reale. Può inoltre aiutare a fare previsioni, simulare gli impatti degli eventi negativi e proporre delle possibili contromisure, identificando le priorità di mitigazione e permettendo una più pronta risposta.

FC: Potremmo usare l'intelligenza artificiale per mappare le filiere, identificare i rischi in tempo reale, fare simulazioni, previsioni. La filiera farmaceutica ha diversi vantaggi: oltre a essere fortemente regolata, è anche tracciata. Le aziende sanno da dove vengono i loro principi attivi, grazie alla regolamentazione internazionale, cosa che invece può non succedere in altri settori. Quindi c'è anche un patrimonio informativo maggiore, affidabile che, a maggior ragione, potrebbe essere sfruttato, soprattutto visto che parliamo di salute pubblica e quindi dovrebbe essere in cima alle priorità dei governi. Il nostro studio, infatti, era partito inizialmente come sviluppo di un lavoro precedente legato alla tracciabilità dei farmaci, perché in Europa c'è una direttiva, in vigore ormai già da qualche anno, che ha previsto la tracciabilità di ogni singola confezione, dalla fabbrica al punto di dispensazione, nata in principio per contrastare la contraffazione dei farmaci. L’implementazione di questa infrastruttura digitale a livello europeo, che coinvolge tutta l'industria farmaceutica, potrebbe aiutare a fare qualcosa in più: per esempio, a monitorare meglio le scorte di farmaci, dove ci sono e dove non ci sono, e accorgersi in anticipo se ci sono problemi di carenza. E a capire anche come rispondere, magari agendo per compensazione se si capisce che c'è una carenza in un Paese, e un eccesso in un altro. Ecco, tutto questo sarebbe un’opportunità data dalla tecnologia, ma poi nel passare alla pratica ci sono in mezzo molti passaggi di natura regolamentare, organizzativa… Siamo in un mondo digitale, abbiamo strumenti potentissimi, ma non sempre riusciamo a metterli in pratica. 

Quindi questa mole di dati ha delle potenzialità che noi non sfruttiamo?

MF: Sì, e questa cosa stride ancora di più con quello che sta succedendo nel mondo, per cui tendenzialmente si stanno adottando soluzioni di intelligenza artificiale proprio per la gestione del rischio nella supply chain. In un mondo che è sempre più volatile, questi dati giacciono lì inutilizzati, mentre si potrebbero fare delle mappature estensive su come viene distribuito un farmaco a livello di lotto, per esempio. Il dato diventa veramente un fattore fondamentale per gestire il rischio, ma al momento non si sta facendo niente di tutto ciò: si perdono opportunità utili per rafforzare ulteriormente la gestione della supply chain. Il gap continua ad allargarsi tra quello che si può fare, e quello che in realtà decidiamo di non fare.

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