Italia di mezzo, una ricerca che mette al centro la provincia italiana
Ci sono territori italiani che non rientrano nelle categorie con cui, negli ultimi anni, siamo stati abituati a leggere il Paese. Non sono le grandi aree metropolitane, al centro dei flussi economici e dei fenomeni innovativi. Non sono nemmeno le aree interne, i borghi, le terre alte o i territori montani oggetto di una rinnovata attenzione scientifica e politica per contrastarne lo spopolamento. Sono città medie e piccole, urbanizzazioni diffuse, paesi e case sparse, campagne abitate, spazi produttivi, capannoni, reti di strade e ferrovie. È quella che il gruppo di ricerca guidato da Arturo Lanzani, del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, chiama “Italia di mezzo”.
Uno dei risultati della ricerca è stato il libro Italia di mezzo. Prospettive per la provincia in transizione, curato da Arturo Lanzani per Donzelli nel 2024. Nel libro questa parte del Paese viene descritta come una pluralità di contesti “difficile da precisare e da spiegare”, pur apparentemente immediata da riconoscere, anche visivamente. «Provincia italiana è una parola apparentemente facile da capire, ma difficile da precisare», scrive Lanzani.
Tavole della ricerca Italia di mezzo, elaborazione dati di Paolo Beria e Sonia Sorbona, rappresentazioni cartografiche di Ettore Donadoni
La definizione nasce in parte per sottrazione: l’Italia di mezzo comprende ciò che non può essere ricondotto né agli ambiti metropolitani né alle aree interne. Ma la ricerca non si ferma a questa perimetrazione in negativo. L’obiettivo è riconoscere caratteri, differenze e potenzialità di territori che coprono circa il 50% della superficie nazionale e in cui vive il 55% della popolazione italiana. Italia di mezzo è, per riprendere i capitoli del libro del 2024, il comune di Mondolfo in provincia di Pesaro e Urbino, la Brianza centrale e il Litorale Domizio-Flegreo in Campania, Frosinone e la Lomellina, la Riviera del Brenta e le montagne vittime dell’estrattivismo di Massa-Carrara, l’urbanizzato lungo le coste del fiume Serio e il Salento.
Il punto di partenza è anche una constatazione politica e culturale. Le politiche di coesione territoriale hanno spesso lavorato sui due fuochi principali delle grandi città e delle aree interne. In mezzo resta una parte consistente del Paese, oggetto di interventi settoriali, dall’agricoltura alla logistica, dall’alta velocità agli impianti per le energie rinnovabili, ma raramente osservata come territorio nel suo insieme. Sono molto rare le politiche urbane ed economiche pensate in modo specifico per questo territorio: molto più spesso vengono trasferite qui politiche pensate per le grandi città. Con scarsi risultati: «per esempio la città dei quindici minuti, che in provincia non può esistere» spiega Federico Zanfi, docente del DAStU coinvolto nella ricerca.
Come si studia un territorio in transizione
In questo quadro si colloca il progetto PRIN 2022 Italia di mezzo. Designing the urban-territorial transition, finanziato dal MUR. Il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano ha avuto il ruolo di coordinatore, con Arturo Lanzani come responsabile scientifico, insieme all’Università degli Studi di Napoli Federico II, al Politecnico di Torino e all’Università degli Studi della Basilicata.
Alla ricerca PRIN si è intrecciato anche il lavoro condotto nell’ambito del progetto GRINS, finanziato dal PNRR, che ha permesso di approfondire l’articolazione del Paese non solo secondo la tradizionale distinzione tra Nord, Centro e Sud, ma anche attraverso le differenze tra ambiti metropolitani, aree interne e territori intermedi.
Il progetto sviluppa tre contributi principali: nuove rappresentazioni territoriali, un monitoraggio critico delle politiche e dei progetti già avviati o in corso, e nuove immagini di futuro a partire da progetti esplorativi ed esemplificativi. In questa prospettiva la ricerca urbanistica combina strumenti diversi: analisi quantitative, dati spazializzati, cartografie, osservazione diretta, interviste e lavoro sul campo.
«Fare ricerca significa muoversi tra analisi quantitativa, cartografia e osservazione diretta sul terreno», spiega Arturo Lanzani. «Quello che contraddistingue la ricerca urbanistica dalle altre è l’uso costante di dati spazializzati, a soglie e livelli diversi».
Il lavoro dell’urbanista procede quindi per avvicinamenti successivi. Parte da una scala nazionale, con dati su base comunale o censuaria; passa poi a una scala intermedia, capace di leggere forme fisiche, sociali e insediative; arriva infine al racconto ravvicinato di luoghi, pratiche e situazioni concrete, anche attraverso le interviste con la cittadinanza.
La mostra al Craft che racconta la ricerca © Fausta Riva
Tratti comuni, differenze territoriali
L’Italia di mezzo non è un blocco omogeneo. Comprende territori dinamici del Nord Est, dell’area emiliana, veneta e lombarda, e parti della Toscana; ma anche contesti che mostrano segnali più evidenti di arretramento come la Valle del Sacco, nel frusinate. In entrambi i casi, secondo la ricerca, il problema non riguarda soltanto gli indicatori economici o demografici. Riguarda anche la capacità di costruire un’immagine di futuro.
Alcuni tratti comuni ricorrono. Questi territori hanno avuto un ruolo decisivo nello sviluppo economico e sociale del Novecento italiano: sono stati luoghi della manifattura, dell’agricoltura novecentesca, delle infrastrutture della bonifica, delle aree industriali, delle scuole, delle biblioteche e dei servizi sociali distribuiti. Sono anche territori in cui la casa di famiglia e l’autopromozione immobiliare hanno rappresentato un elemento importante di riscatto sociale ed economico.
Allo stesso tempo, sono attraversati da criticità ambientali e territoriali: consumo di suolo, infrastrutture produttive e logistiche, grandi impianti a servizio di economie esterne, forme agricole ad alto impatto. Crescita e sviluppo, quando ci sono, non coincidono necessariamente con una traiettoria sostenibile o governata. «Sono territori che ospitano o ricevono le infrastrutture della transizione ecologica e digitale italiana, come i datacenter, i capannoni della logistica e gli impianti solari a terra, ma che ne subiscono anche le conseguenze in termini ambientali e sociali» spiegano Lanzani e Zanfi. «Sono anche territori che spesso non hanno le competenze tecniche o politiche, oi meccanismi di governance, per guidare queste grandi trasformazioni e gli investimenti privati che le seguono» aggiungono i docenti.
Per questo la ricerca insiste sulla necessità di politiche specifiche. Non basta adattare modelli nati per le metropoli, né trattare questi territori come varianti delle aree interne. Servono strumenti capaci di riconoscere le loro specificità sociali, economiche, insediative e ambientali. «La ricerca propone linee progettuali, più che soluzioni tecniche già date», osserva Zanfi.
Un momento della presentazione di Italia di mezzo al Laboratorio Craft © Ettore Donadoni
Dalla ricerca ai libri, dalla mostra al dibattito pubblico
Il primo esito editoriale del percorso è il volume Italia di mezzo. Prospettive per la provincia in transizione, già citato. Il libro costruisce quadri interpretativi, geografie e temi: una tassonomia dell’Italia di mezzo, tre itinerari territoriali e una serie di approfondimenti su scuole, casa di famiglia, patrimonio costruito, mobilità ferroviaria, manifattura, agricoltura, paesaggi della transizione energetica e cibo periurbano.
A questo primo volume si affiancano due collane editoriali. La prima, Ritratti dell’Italia di mezzo, restituisce letture ravvicinate di territori specifici. Al momento risultano usciti sette volumi, con un ottavo in fase di produzione: ogni volume lavora su mappe, temi, storie di luoghi o situazioni specifici, con saggi fotografici e interviste. Ogni volume ha anche autori diversi: raccontano il lago Maggiore, la Ciociaria, la Bassa bergamasca, la Lomellina, la Costa Smeralda e quella di Olbia, la Maremma grossetana e la Bassa padana.
La seconda collana, dedicata ai temi dell’Italia di mezzo più che ai suoi territori, approfondisce quattro questioni trasversali: patrimoni abitativi e case di famiglia, infrastrutture, produzione manifatturiera e agricola e filiere del pane e dell’ulivo, con attenzione alle trasformazioni e alle vulnerabilità dei territori.
Il lavoro è stato restituito anche attraverso il ciclo di eventi Italia di mezzo ospitato al laboratorio CRAFT del DAStU dal 21 gennaio al 13 febbraio 2026. Gli appuntamenti hanno offerto una mostra, seminari, proiezioni cinematografiche e una giornata di studi conclusiva, trasformando materiali analitici, dati, immagini e riflessioni in un’esperienza pubblica. La mostra ha presentato mappe tematiche, estratti di interviste, infografiche e una campagna fotografica dedicata ai territori indagati, ed è stata portata anche a Grosseto, Frosinone e Napoli.
Una linea di ricerca aperta
La ricerca sull’Italia di mezzo non si chiude con il PRIN e il PNRR. Nell’intenzione del gruppo, le due collane editoriali sono pensate come un’opera aperta, capace di accogliere altri studiosi interessati a rappresentare e indagare questi territori. Sono già in lavorazione altri ritratti territoriali e un ulteriore volume tematico dedicato alle infrastrutture energetiche, in particolare agli impianti da fonti rinnovabili e al loro impatto sui territori.
Il futuro di questa linea di ricerca riguarda quindi il modo in cui l’Italia di mezzo potrà entrare nel dibattito pubblico e nelle agende di policy. La posta in gioco non è solo descrittiva, perché si tratta di capire quali politiche per la casa, l’energia, la mobilità, la produzione e i servizi possano essere pensate a partire da questi territori, senza importarvi immaginari e strumenti costruiti altrove.
La scommessa è riportare al centro una parte del Paese che ha avuto un ruolo decisivo nello sviluppo italiano del Novecento e che oggi si trova in una fase critica, non necessariamente perdente, ma spesso priva di una rappresentazione condivisa del proprio futuro capace di guidarne una necessaria transizione ecologica e sociale: «per il bene di chi vi abita, ma più in generale dell’intero paese» conclude Lanzani.