I ghiacciai alpini sono molto più che paesaggi spettacolari: sono “sentinelle” che registrano, quasi in tempo reale, l’accelerazione del riscaldamento globale. In questa intervista Leonardo Stucchi, assegnista al Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale del Politecnico di Milano, racconta cosa fa il ClimateLab e perché il monitoraggio di ghiacciai come i Forni e il Belvedere, tra modelli, satelliti e strumenti sul campo, è cruciale per capire l’evoluzione del ciclo dell’acqua, i rischi in montagna e le ricadute a valle su risorse idriche, energia e pianificazione.

Per iniziare, cos’è il ClimateLab del Politecnico di Milano e qual è la sua missione scientifica?
Il ClimateLab è un laboratorio interdipartimentale del Politecnico di Milano. Nasce con l’obiettivo studiare i cambiamenti climatici, e monitorarne l’impatto su idrosfera, biosfera, risorse naturali, ed eventi estremi. Le nostre elaborazioni stimano come queste componenti variano nel tempo, fornendo dati di interesse per diversi soggetti tra cui policy makers, enti gestori del servizio idrico, enti gestori di impianti idroelettrici.
Un esempio di collaborazione attualmente attiva è quella con Acqua Novara VCO, società che gestisce il servizio idrico integrato in circa 140 Comuni delle province di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola. In questo contesto, il ClimateLab conduce studi di lungo periodo per analizzare le variazioni climatiche dell’area. È stata inoltre avviata una seconda linea di ricerca finalizzata a valutare le variazioni del livello della falda e a comprendere come le risorse idriche sotterranee rispondano ai cambiamenti climatici, con particolare riferimento a eventi estremi come la siccità del 2022.
Un’ulteriore collaborazione riguarda ARPA Lombardia – Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Lombardia – per la quale il ClimateLab fornisce dati e analisi a supporto della valutazione del rischio valanghivo.

All’interno di questo contesto, di cosa si occupa nello specifico il vostro gruppo di ricerca?
Tramite lo sviluppo di modelli fisici o empirici, cerchiamo di ricostruire fenomeni come il ritiro dei ghiacciai, la variazione di portata nei fiumi, e l’aumento di temperature in area urbana. Per fare questo utilizziamo dati satellitari e climatici registrati da stazioni meteorologiche, come quella da noi installata sul ghiacciaio del Belvedere.
Una volta validato un modello per il presente, usando come input le ricostruzioni di scenario fornite dai modelli climatici globali (modelli numerici che simulano l’evoluzione del clima su scala planetaria), possiamo elaborare simulazioni per il futuro.
I ghiacciai sono spesso definiti “sentinelle” del cambiamento climatico. In che senso e cosa ci stanno raccontando oggi quelli alpini?
I ghiacciai nella storia dell’uomo hanno visto diversi periodi di avanzata e di ritiro, in seguito alle variazioni climatiche locali. L’ultima avanzata dei ghiacciai alpini è corrisposta al periodo della cosiddetta Piccola Era Glaciale, terminata verso la metà del 1800. Da lì in poi si è assistito a un ritiro con velocità via via crescente, in parallelo al rialzo delle temperature dovuta all’emissione antropica di gas climalteranti. Questa velocità di ritiro, inedita dalle ricostruzioni storiche, ci dice che l’attuale fase di riscaldamento non ha probabilmente paragoni nella storia.

Attualmente, su quali casi studio principali state lavorando?
Tra le aree glaciali più prossime in area alpina, stiamo lavorando principalmente sull’Alta Valtellina, dove si sono svolti i Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026, e la Valle Anzasca, una valle laterale della Val d’Ossola. Queste due valli ospitano alcuni dei più importanti ghiacciai italiani, tra cui il ghiacciaio dei Forni, il secondo per estensione, e il Belvedere, il più grande ghiacciaio del Piemonte, che parte dalla parete Est del Monte Rosa (4.500 m), scendendo fino a 1800 m di altitudine, e rappresenta il ghiacciaio alpino con il più alto salto di quota. Queste peculiarità, estensione e range altitudinale, li rendono dei perfetti casi studio per l’impatto dei cambiamenti climatici sui ghiacciai alpini.
Il ghiacciaio del Belvedere è coperto da una spessa coltre detritica. Che ruolo ha questo strato nel rallentare la fusione del ghiaccio?
Quando un ghiacciaio si ritira, le morene laterali, ossia i sedimenti che il ghiacciaio trasporta e che si accumulano ai suoi lati perdono la spinta stabilizzante del ghiacciaio, diventando instabili. In molti casi l’instabilità dei versanti porta al trasporto di detrito e sedimenti sulle lingue glaciali, che si ritrovano così coperte da detrito come appunto il ghiacciaio del Belvedere, dove in alcuni punti il ghiacciaio è sommerso da metri di detrito. Questo agisce come isolante termico, e rallenta il ritiro del ghiacciaio stesso.
Grazie a questa copertura, il ghiacciaio riesce a sopravvivere a quote inferiori ai 2000 metri, dove normalmente i ghiacciai non resistono più.
Come avviene questo processo?
Il processo fisico è descritto tramite il bilancio energetico del ghiacciaio, ossia la somma dei flussi di calore che entrano e escono dal ghiacciaio. Mentre in un ghiacciaio scoperto da detrito, l’interazione diretta tra ghiaccio, sole e aria determina un tasso di fusione elevato; in un ghiacciaio “nero”, ossia coperto da detrito, lo strato roccioso modula il flusso di calore e ne trasmette solo una parte al ghiaccio sottostante. Il resto del calore assorbito dal detrito viene restituito in atmosfera sotto forma di onde infrarosse. Tramite questo processo, il detrito agisce da isolante termico, riducendo così il tasso di fusione. Ciò gli permette di sopravvivere a bassa quota in luoghi con temperature medie superiori agli 0 °C, come appunto la lingua del Belvedere che si trova ad una quota di 1800 m sul livello del mare.

Come monitorate concretamente il ghiacciaio? Quali strumenti utilizzate e quali variabili climatiche osservate sul campo?
Monitoriamo il ghiacciaio del Belvedere principalmente tramite 3 strumenti: i) una stazione meteorologica, collocata direttamente sopra il ghiacciaio, che ci fornisce in tempo reale le condizioni climatiche e ci permette la stima puntuale dei flussi energetici; ii) le paline ablatometriche, ossia aste graduate infisse nel corpo glaciale, la cui emersione nel tempo ci indica la fusione puntuale del ghiacciaio, iii) i termistori, ossia sonde che registrano le temperatura del detrito nel tempo, e ci danno informazioni sulla conduzione di calore all’interno dello strato di detrito.
Quali implicazioni hanno questi studi per la gestione delle risorse idriche alpine e per i territori a valle?
Questi studi glaciologici, se integrati in un modello idrologico, ci permettono di stimare la quota di portata derivante dalla fusione del ghiacciaio. Questo contributo può diventare essenziale durante le estati più calde e secche, come nel 2022, dove non si hanno altre fonti d’acqua.
Come possono queste ricerche supportare strategie di adattamento e mitigazione, ad esempio nella pianificazione territoriale o nella gestione delle risorse naturali?
La quantificazione di come cambierà il ciclo idrologico con l’aumento delle temperature è uno strumento di grande importanza per enti gestori del consorzio irriguo e di centrali idroelettriche, che vedranno variare la quantità e la stagionalità degli afflussi idrici. Tramite queste stime si possono studiare come le tecniche di irrigazione dovranno evolversi per sopperire ad eventuali deficit idrici, oppure come eolico e solare dovranno essere sviluppati per sopperire alla mancanza di acqua nei mesi estivi.

Guardando al futuro, quali sono le principali sfide scientifiche nello studio dei ghiacciai alpini nei prossimi decenni?
Nonostante siano molto studiati, ci sono ancora delle gravi lacune nella nostra conoscenza dei ghiacciai, in particolare sui versanti italiani. Di moltissimi ghiacciai non abbiamo dati relativi allo spessore, quindi di fatto non sappiamo ancora di preciso quanta acqua è ancora immagazzinata nei ghiacciai italiani. Anche sulle precipitazioni ad alta quota, dove si trovano le aree di accumulo dei ghiacciai sappiamo ancora relativamente poco data la scarsità di strumenti di misura affidabili. Inoltre le dinamiche di darkening, ossia il processo di copertura dei ghiacciai dal detrito, sono ancora poco note, e non sappiamo effettivamente dire quanti ghiacciai saranno ricoperti da detrito nei prossimi anni e come questo impatterà sul loro ritiro.
In che direzione state andando per rispondere a queste sfide?
Con l’Università Statale di Milano, stiamo sviluppando uno studio per la modellazione glacio-idrologica dei bacini glaciali del Pakistan, dove conducono da anni campagne di misura del ritiro dei ghiacciai. Lo scopo è quello di estendere le analisi su scala locale, condotte con paline, droni e sensori di livello dei torrenti, a scala regionale, integrando questi dati in un modello idrologico per la stima del contributo dei ghiacciai alla portata fluviale. Mentre nei fiumi europei il contributo dei ghiacciai è quasi trascurabile, nei grandi fiumi asiatici come Indo e Gange, la quantità di acqua data dalla fusione dei ghiacciai è spesso di primaria importanza per l’agricoltura e industria a valle, con impatti concreti sulla vita di milioni di persone.
Che tipo di percorso accademico e professionale hai seguito per arrivare dove sei ora? Qual è il tuo ruolo all’interno del gruppo di ricerca?
Mi sono laureato in ingegneria civile al Politecnico di Milano. Poi, specializzandomi in Idraulica, mi sono avvicinato alle tematiche ambientali, e da lì, con la tesi magistrale, ho intrapreso un dottorato di ricerca presso la sezione di Scienza e Ingegneria dell’Acqua. Nel gruppo guidato dal professor Bocchiola mi occupo principalmente di idrologia alpina, con un focus su idroelettrico e glaciologia. Ma nel corso degli anni ci siamo occupati anche di modellazione fluviale, rischio alluvioni, e studi di impatto dei cambiamenti climatici sulla fauna ittica.
Quanti ghiacciai hai studiato nel corso della tua carriera? Quale ti ha colpito o emozionato di più e perché?
Oltre ai Forni e Belvedere ho studiato il ghiacciaio del Sabbione, sempre in Piemonte, ed il famosissimo Perito Moreno in Patagonia, tramite misure di Remote Sensing. Era considerato uno dei pochissimi ghiacciai non impattato dai cambiamenti climatici, tanto sì che la sua fronte era stabile da decenni ed era quasi considerato un mistero dal punto di vista scientifico. Ma negli ultimi 6 anni, come dimostra lo studio che stiamo per pubblicare, anche il Perito Moreno ha subito un forte ritiro, dimostrando ancora una volta l’ineluttabilità del global warming. Anche vedere il ghiacciaio del Belvedere come cambia nel giro di poche settimane è impressionante: si aprono crepacci profondi decine di metri che mostrano come sotto il detrito il ghiaccio stia morendo.

Qual è la parte del tuo lavoro che preferisci?
L’idrologia è una scienza ibrida, e ancora fortemente in divenire. formule empiriche derivanti da osservazioni e modelli fisici estremamente complessi possono spesso essere utilizzati per risolvere gli stessi problemi con approcci diversi. È questa libertà di azione, unita alle varietà di sfide imposte dai cambiamenti climatici, a rappresentare un forte stimolo per la curiosità e lo studio di questi fenomeni.