Creatività umana e intelligenza artificiale generativa. Come si incontrano immaginazione e algoritmo.

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L’intelligenza artificiale è ormai entrata nel quotidiano con una naturalezza quasi invisibile. Scrive testi, genera immagini, suggerisce idee. E, soprattutto, sta iniziando a occupare uno spazio sempre più ampio anche nei territori che pensavamo più “umani”: la creatività, l’arte, le discipline umanistiche.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO), pubblicato pochi giorni fa, l’intelligenza artificiale potrebbe già oggi generare perdite fino a 85 miliardi di euro l’anno per i professionisti della cultura. Il rapporto, costruito a partire da dati raccolti in oltre 120 paesi, restituisce l’immagine di un ecosistema culturale in piena trasformazione, attraversato dalla spinta della digitalizzazione, dall’impatto dell’intelligenza artificiale, dai cambiamenti negli equilibri del commercio globale e da pressioni sempre più evidenti sulla libertà artistica. Nel rapporto si legge: “Il contenuto, generato interamente da comandi di intelligenza artificiale con un input umano limitato, è caratterizzato da una qualità da bassa a media e imita gli stili esistenti delle opere protette da copyright su cui sono stati addestrati i sistemi di intelligenza artificiale”.

È dentro questo panorama che si inserisce perfettamente la ricerca pubblicata su Technovation, firmata tra gli altri da Mattia Pedota, professore di Economia e Management al Politecnico di Milano. Lo abbiamo incontrato per provare a capire cosa succede davvero quando la creatività diventa un processo condiviso tra umano e intelligenza artificiale e quali competenze servono, oggi, per non limitarsi a usarla, ma orientarla.

Professore, può raccontarci il suo percorso accademico e come è arrivato a occuparsi di intelligenza artificiale e innovazione al Politecnico di Milano?

Il mio background parte da una laurea triennale in International Economics, Management and Finance alla Bocconi. Il mio percorso è poi proseguito con una laurea magistrale in International Management e, durante quel periodo, ho sviluppato un forte interesse per le tecnologie e per il management dell’innovazione. Poiché il Politecnico di Milano è particolarmente avanzato in quest’area, ho deciso di intraprendere un dottorato qui.

La mia tesi iniziale riguardava le tecnologie legate all’Industria 4.0 — dal 3D printing all’intelligenza artificiale, dalla blockchain ai cyber-physical systems: tutte tecnologie con un forte componente sociotecnica, cioè basate sull’interazione tra esseri umani e sistemi digitali.

Nel tempo ho progressivamente concentrato la mia ricerca sull’intelligenza artificiale. Ritengo infatti che sia, in assoluto, la tecnologia più dirompente perché modifica il modo in cui creiamo e assorbiamo conoscenza: e la conoscenza è alla base non solo della gestione e della strategia aziendale, ma dell’innovazione stessa. È il motore dell’avanzamento, sia per le imprese che per la società.

Oggi mi occupo in particolare delle implicazioni dell’AI sui processi di innovazione e, ancora più nello specifico, di come amplifichi la creatività individuale e come interagisca con le persone.

Come è nato lo studio pubblicato su Technovation?

Lo racconto volentieri perché è un aneddoto abbastanza divertente. Lo studio è nato in collaborazione con due cari amici che hanno carriere diverse: uno di loro è software engineer da Google, l’altro è un computational neuroscientist all’Università di Pescara.

Tra le mie passioni c’è anche la letteratura, e faccio parte della giuria di un concorso di poesia e prosa della mia città: il Calendimaggio. Di recente, ho iniziato a notare in alcuni dei componimenti degli indizi di un probabile uso di intelligenza artificiale.

Ho condiviso questa riflessione con i miei amici e questo ha fatto nascere una discussione sul motivo per cui, invece di diventare più creative, queste poesie apparissero sempre più standardizzate. Ci siamo chiesti quindi come usare l’intelligenza artificiale per amplificare l’originalità di un’opera invece di appiattirla. Da una delle possibili ipotesi formulate è nata proprio l’idea di fare questo studio.

Può raccontarci brevemente di cosa parla lo studio e di come si differenzia da altri in questo ambito?

L’aspetto più originale di questo studio è l’identificazione dell’intelligenza artificiale, in particolare quella generativa come ChatGPT, come una sovrapposizione di molteplici personalità. Non va quindi visto come uno strumento unitario e monolitico, ma come media ponderata fra tutti i tipi di personalità che i dati gli permettono di creare.

Se ci si approccia al modello in modo ingenuo, il risultato è proprio questa media: un output neutro, non particolarmente adatto al task e spesso soggetto a bias legati ai dati di addestramento o al prompt.

L’intuizione del paper è che, attraverso tecniche di prompt engineering, si possono invece individuare e chiamare in gioco personalità specifiche, facendo convergere la distribuzione probabilistica verso un’identità ottimale. Nel paper dimostriamo matematicamente che per ogni task creativo esiste sempre una personalità ottimale, che massimizza la creatività dell’output.

Questo non significa che sia effettivamente raggiungibile dall’utente, ma rappresenta una “stella polare” che orienta la ricerca di un uso più consapevole ed efficace dello strumento.

In sintesi, mentre la letteratura sul management parla tradizionalmente di ricerca nello spazio delle soluzioni, noi sosteniamo che con l’AI è necessario esplorare anche lo spazio delle personalità del modello. È un processo più complesso e dispendioso, ma può portare a output creativi significativamente migliori.

Come si intersecano AI generativa e componente umana? Quali competenze e capacità diventeranno centrali in questo senso?

Indubbiamente competenze quali pensiero divergente, creatività strettamente umana, intuizione, pensiero analogico, competenze tipiche della letteratura sulla creatività, restano ancora cardine. L’AI è capace di porre in essere una creatività di tipo diverso, algoritmico, basato su pattern recognition.

Quello che serve sono competenze che fanno da ponte fra l’output e la creatività dell’intelligenza artificiale. Tutte quelle competenze che permettono, nel framework del nostro paper, di ricercare quella entità ottimale che abbiamo dimostrato esistere. Si tratta di competenze più affini al pensiero analitico e al pensiero strutturato, che si possono apprendere e sviluppare più facilmente rispetto a quelle che stavano dietro il pensiero creativo tradizionalmente inteso.

Una rappresentazione grafica del modello del processo creativo ibrido uomo-GenAI – photocourtesy © Mattia Pedota 2026

C’è però un rischio evidente a cui accennava anche prima: quello di un appiattimento creativo o di una dipendenza da questo tipo di strumento. Qual è la sua opinione in merito?

Uno dei rischi maggiori dell’AI, secondo il mio punto di vista, è proprio quello di causare un intorpidimento della creatività. Un rischio reale di cui forse non si parla mai abbastanza. La creatività e in generale l’intelligenza umana, è come un muscolo, una capacità che va costantemente allenata. Dipende da caratteristiche cognitive, ma anche da caratteristiche comportamentali, come ad esempio la motivazione intrinseca, l’entusiasmo, caratteristiche anche emotive.

Utilizzare sistematicamente un tool esterno fa sì che non solo le capacità cognitive vengano sostituite, ma verosimilmente spegne anche la spinta motivazionale e la self-efficacy, la capacità di credere in se stessi.

Da professore vedo spesso purtroppo un utilizzo meccanico dell’intelligenza artificiale. È diventata una scorciatoia che permette di risolvere un task rapidamente, anziché approfondirlo anche con la propria capacità critica.

Questo rischio è particolarmente forte nelle nuove generazioni, la cui plasticità cerebrale è ancora elevata. Se ci si abitua troppo presto a delegare il pensiero creativo a un sistema esterno, gli effetti possono essere problematici. Servirebbero studi empirici per misurarli con precisione e predisporre eventualmente delle contromisure.

D’altro canto, esiste anche un potenziale positivo molto forte. L’AI è uno strumento estremamente potente, soprattutto se utilizzato nel modo giusto: integrandolo con l’intuizione umana, con la capacità di coordinare e di suddividere un problema in sottoproblemi, di selezionare l’entità più adatta, di contestualizzare l’output con spirito critico e di ricomporlo in modo strategico rispetto al task. Quando questo avviene, i miglioramenti sono notevoli, non solo in termini di efficienza, ma anche di reale augmentation delle capacità umane.

Come immagina il futuro dell’Intelligenza Artificiale in relazione alla creatività.

Vedo in prospettiva due possibili scenari. Un futuro un po’ più distopico in cui a predominare sono automazione e appiattimento e uno in cui emerge l’effetto di augmentation.

È molto difficile anticipare quali dei due futuri potrebbe concretizzarsi, perché ci sono fattori di policy e trend culturali che interagiscono in modo imprevedibile.

Dipende quindi anche da come si svilupperà la storia, per dinamiche in parte casuali che poi tendono a rafforzarsi nel tempo. Proprio per questa possibile polarizzazione tra futuri molto diversi, è un ambito che, a mio avviso, richiede grandissima attenzione. Non è qualcosa da lasciare al caso o alle sole logiche di mercato. È un processo che andrebbe guidato, anche attraverso interventi mirati di policy.

Prima di concludere, un’ultima domanda: che consiglio darebbe ad uno studente che vuole intraprendere la ricerca in generale ed in questo ambito in particolare?

Innanzitutto, credo sia fondamentale fare un serio lavoro di conoscenza di sé. È una regola che secondo me vale in generale. Come dice il famoso motto delfico: “Conosci te stesso”. È l’aspetto più importante quando si deve prendere una decisione significativa e soprattutto una decisione che riguarda la propria carriera. È necessario capire se la ricerca, che è un ambito molto particolare, sia davvero adatta alla propria personalità.

Perché la definisco “particolare”? Perché offre stimoli intellettuali e culturali molto forti. Nel mio caso, sono stimoli di cui non potrei fare a meno: sono ciò che mi dà l’energia per affrontare ogni giorno. Se dovessi svolgere un lavoro ripetitivo e monotono, finirei per cercare altrove questi stimoli e mi distrarrei, rendendo impossibile svolgerlo bene. Per questo, per me, scegliere la ricerca è stato semplice.

La ricerca, inoltre, garantisce molta indipendenza e richiede una crescente capacità di autogestione. All’inizio del dottorato si è più seguiti, ma con il tempo è necessario sviluppare sempre di più un pensiero critico e indipendente. Oggi, poi, il mondo della ricerca è strettamente legato al networking: bisogna essere mentalmente aperti, disponibili a viaggiare molto, e pronti a mettersi continuamente in discussione.

Questo avviene nei lunghi processi di revisione dei paper, alle conferenze dove ti vengono poste le più svariate domande, e anche nella dimensione quotidiana, ad esempio attraverso i feedback degli studenti nei corsi. È un continuo mettersi in discussione, un confronto costante, quasi un dibattito permanente. Può essere estremamente stimolante, ma deve corrispondere a ciò che si cerca. Se si desiderano stimoli intellettuali e non si ha paura del confronto continuo, allora la ricerca può essere l’ambito ideale.

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