L’emergenza globale causata dalla pandemia Covid-19 è stata sotto molti aspetti uno spartiacque: ha compresso il tempo e ci ha costretti a cambiare la nostra quotidianità. In quel periodo c’è stato un momento in cui le città hanno cambiato ritmo. Non solo le strade vuote o i mezzi pubblici meno affollati: è cambiato quando e dove si concentravano le persone, la vita di quartiere, le pause, persino le code. La pandemia ha funzionato come un enorme acceleratore della diffusione del lavoro da remoto: ha reso improvvisamente “normale” qualcosa che prima sembrava un’eccezione, costringendo organizzazioni e lavoratori a sperimentare su larga scala.
Ma il lavoro a distanza non è soltanto una questione di comodità individuale o di flessibilità organizzativa. Quando cambia dove lavoriamo, cambia anche come viviamo lo spazio: non solo perché si riducono (o si redistribuiscono) gli spostamenti, ma perché si muovono i consumi, si trasformano i bisogni di servizi, cambia l’attrattività dei quartieri e delle città medie. Nel frattempo, emergono nuove infrastrutture sociali che diventano spazi di incontro, di apprendimento, di comunità.

È su questa trasformazione e sull’intreccio tra persone e spazio che lavora Ilaria Mariotti, docente di Economia Applicata al Dipartimento di Architettura e Studi Urbani. Dalla localizzazione delle imprese alla ricerca sui luoghi del lavoro, fino al progetto REMAKING, Ilaria osserva il remote working come una leva di trasformazione economica e sociale: un fenomeno che coinvolge gli individui, le organizzazioni e i territori.
In questa intervista entriamo nel cuore della ricerca: dagli scenari della città di Milano alle politiche che in Europa hanno provato a trasformare il lavoro a distanza in un’opportunità per le aree periferiche, fino ai rischi che — se trascurati — possono amplificare disuguaglianze e tensioni, soprattutto sul fronte della casa e dell’accessibilità.
Ilaria, il tuo percorso accademico parte dalla laurea all’Università di Genova e approda all’economia del territorio, passando per esperienze di ricerca internazionali. Ci racconti come si è svolto?
Dopo il conseguimento della laurea, ho ottenuto una borsa di studio che mi ha permesso di intraprendere il Master of Science in Scienze Regionali presso l’Università di Reading, nel Regno Unito. Durante questo percorso, il mio interesse si è progressivamente orientato verso l’economia e le scienze regionali, con particolare attenzione allo studio dei processi economici nei diversi contesti territoriali.
Successivamente, ho conseguito due dottorati: il primo in Economia Applicata presso l’Università di Genova, in Italia, e il secondo in Geografia Economica presso l’Università di Groningen, nei Paesi Bassi. In questo periodo, mi sono trasferita a Milano per motivi personali e, parallelamente, per la posizione strategica della città lombarda, che costituiva un valido punto di partenza per i miei frequenti spostamenti nei Paesi Bassi.
Dopo il dottorato, sono entrata al Politecnico di Milano come assegnista di ricerca in Ingegneria Gestionale. Poi mi sono spostata nel Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (all’epoca DiAP) e qui sono professoressa associata dal 2016.
Sono soddisfatta del mio percorso formativo perché mi ha permesso di acquisire esperienza in contesti differenti, sia in università italiane che straniere. Questa convinzione guida anche la composizione del mio gruppo di ricerca, che comprende studiosi provenienti da diverse regioni d’Europa e oltre. Sono fermamente convinta dell’importanza, per un’istituzione come il Politecnico di Milano, di attrarre e valorizzare talenti formati in contesti accademici diversi, al fine di promuovere un ambiente di ricerca internazionale e multidisciplinare.

Cosa ti ha spinto a cambiare il tuo oggetto di studio? C’è un avvenimento in particolare che ti ha portata a fare questa scelta?
A Reading, nel Regno Unito, è nata la mia passione per lo studio dello sviluppo territoriale e delle interazioni tra attività economiche, istituzioni e spazio. È stato un incontro fortuito, un incrocio di circostanze: inizialmente avevo raggiunto l’Università di Reading grazie a una borsa di studio della Sapienza di Roma, destinata a un percorso diverso. Durante la presentazione del Master in Regional Science ho compreso che quella era la direzione che desideravo realmente intraprendere. Il cambiamento di percorso è stato complesso, ma la Sapienza ha sostenuto la mia scelta, consentendomi di conservare la borsa di studio e di seguire così il nuovo indirizzo formativo.
Il mio maestro e fonte di ispirazione nell’ambito dell’economia regionale è stato Philip McCann, uno dei maggiori studiosi a livello internazionale di economia del territorio e localizzazione delle imprese. Durante il Master in Scienze Regionali, ho sviluppato un interesse profondo per lo studio dei divari di sviluppo territoriale: da un lato le aree centrali, caratterizzate da maggiore ricchezza e dinamismo economico, dall’altro le aree periferiche e rurali, spesso soggette a svantaggi strutturali e diseconomie. L’analisi di questi fenomeni implica anche una riflessione sulle conseguenze in termini di policy, con l’obiettivo di supportare concretamente strategie di sviluppo territoriale efficaci e mirate.
Di cosa si occupa l’economia del territorio?
I miei studi territoriali si concentrano principalmente sugli impatti economici e sociali. In qualità di ricercatrice, ho partecipato a numerosi progetti, affrontando tematiche differenti all’interno del campo delle scienze regionali. Inizialmente, la mia attività di ricerca si è focalizzata sulle scelte di localizzazione delle imprese. La mia tesi di dottorato, così come in parte il lavoro svolto durante il Master nel Regno Unito, ha analizzato questo tema, con particolare attenzione al ruolo degli incentivi pubblici nella rilocalizzazione delle imprese in tre Paesi: Italia, Regno Unito e Paesi Bassi. Successivamente, mi sono occupata di mercato del lavoro: presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale ho condotto uno studio finanziato da Unioncamere sui processi di skill upgrading e sulle dinamiche di internazionalizzazione delle imprese.
A partire dal 2016, la mia attività di ricerca si è concentrata sui luoghi di lavoro, inclusi spazi di coworking, maker space e fab lab, nell’ambito di un progetto finanziato dal mio Dipartimento. Su questo tema, nel 2019 ho ottenuto il finanziamento di una COST Action (European Cooperation in Science & Technology), un progetto europeo finalizzato principalmente alla creazione e al rafforzamento di network scientifici. La COST Action prevede l’organizzazione di meeting, seminari, conferenze e training schools, nonché il finanziamento di piccoli grant destinati ai giovani ricercatori.

Con l’emergere della pandemia, il tema dei luoghi di lavoro ha acquisito un’importanza crescente: i lavoratori della conoscenza, a differenza di altre categorie professionali, sono stati spinti a lavorare prevalentemente da remoto, generando un incremento della domanda di “luoghi terzi” del lavoro. Nel progetto, abbiamo posto particolare attenzione ai nuovi luoghi di lavoro situati in aree periferiche e rurali, con l’obiettivo di comprendere come questi possano contribuire allo sviluppo territoriale e alla coesione socio-economica.
La COST Action CA18214, conclusasi nel 2024, ha coinvolto circa 115 ricercatori provenienti da tutta Europa e mi ha offerto l’opportunità di collaborare anche con docenti di altri dipartimenti del Politecnico di Milano. La gestione di un numero così ampio di partecipanti è stata impegnativa, ma il progetto ha rappresentato una fonte significativa di soddisfazione professionale, poiché ho potuto osservare la crescita e lo sviluppo delle competenze di numerosi giovani ricercatori. Con molti di loro mantengo tuttora contatti professionali e collaborazioni attive.
Subito dopo, insieme ad alcune delle università partner della COST Action, abbiamo ottenuto un finanziamento per il progetto CORAL-ITN Marie Curie, che ha permesso di attivare 15 borse di dottorato dedicate allo studio degli impatti dei nuovi luoghi di lavoro e degli spazi di coworking nelle aree periferiche e rurali. Questo progetto ha prodotto numerose pubblicazioni scientifiche e ha portato alla pubblicazione di un volume collettaneo recentemente uscito, contribuendo significativamente alla diffusione dei risultati della ricerca.
L’impatto concreto della tua ricerca è ben visibile anche nell’ultimo progetto a cui ti stai dedicando: REMAKING (REmote-working Multiple impacts in the Age of disruptions: socioeconomic transformations, territorial rethinKING, and policy actions). Ce lo racconti?
Il progetto REMAKING nasce in continuità con i precedenti studi da me condotti sui luoghi terzi di lavoro, ampliando l’analisi ai lavoratori della conoscenza che operano in modalità remota e agli effetti di questa forma di lavoro su individui, organizzazioni e territori.
Il progetto, con l’Università di Bologna come capofila sotto la guida del professor Marco Di Tommaso, è di natura multidisciplinare e coinvolge economisti, sociologi, geografi e psicologi. Vi partecipano partner accademici provenienti da Italia, Francia, Germania, Lituania, Irlanda, Portogallo, Grecia, Repubblica Ceca, Ucraina e dai Paesi Baschi.
Quali sono i risultati del progetto REMAKING?
È importante sottolineare che il lavoro a distanza non è un fenomeno nato con la pandemia, ma era già diffuso, in particolare nei Paesi del Nord Europa, dove aveva raggiunto una maggiore consolidazione. Negli ultimi anni, tuttavia, diversi shock esterni hanno avuto un impatto significativo sulle modalità di lavoro e sulla mobilità dei lavoratori, come la pandemia, ma anche i cambiamenti geopolitici. In particolare, l’invasione russa dell’Ucraina ha costretto numerosi individui a lasciare il Paese; tra questi, i lavoratori della conoscenza si sono rilocalizzati con maggiore facilità, potendo continuare la propria attività da qualsiasi luogo, essendo sufficienti un computer e una connessione stabile.
Il progetto REMAKING si concentra su quattro casi di studio principali: il nomadismo digitale, il periodo post-pandemia, i settori ad alta intensità tecnologica e i lavoratori da remoto costretti a fuggire da contesti di guerra. Gli effetti del lavoro a distanza si manifestano a diversi livelli: per le persone, in termini di benessere, equilibrio tra vita privata e professionale e produttività; per le organizzazioni, in relazione a ristrutturazioni, spazi e nuove pratiche operative; e per i territori, in particolare nelle città di media dimensione e nelle aree periferiche.
Un aspetto rilevante emerso dalla ricerca riguarda la trasformazione delle sedi aziendali: le organizzazioni hanno progressivamente ridotto gli spazi tradizionali e ripensato l’ufficio come luogo attrattivo, capace di stimolare l’incontro e la collaborazione tra i lavoratori. Questo processo ha comportato anche un incremento degli spazi condivisi e dei servizi legati al welfare aziendale, modificando profondamente le dinamiche interne e la funzione sociale degli ambienti di lavoro.
Quali sono gli impatti del lavoro da remoto sugli individui?
Nell’ambito del progetto REMAKING, abbiamo condotto un’analisi quantitativa basata su 14.000 osservazioni, finalizzata a individuare le determinanti della soddisfazione di vita dei knowledge workers a livello europeo. Lo studio è stato scritto con Federica Rossi, del Dipartimento di Architettura e Studi urbani del Politecnico di Milano, e Laura Vici e Pierpaolo Pattitoni dell’Università di Bologna ed è stato presentato alla conferenza della Regional Studies Association a Londra. Il risultato principale è che la soddisfazione di vita risulta mediamente più elevata tra coloro che lavorano a distanza, purché tale modalità non sia adottata in forma esclusiva per l’intera settimana lavorativa. L’effetto positivo, infatti, si manifesta fino a una determinata soglia, oltre la quale tende a ridursi.
Questo dato mette in luce un elemento cruciale: i contatti face-to-face rimangono fondamentali. La prossimità — nelle sue diverse dimensioni geografica, relazionale, sociale, istituzionale e organizzativa — continua a svolgere un ruolo centrale nei processi di scambio di conoscenza, nella costruzione della fiducia e nel coordinamento delle attività complesse.Un ulteriore ambito di ricerca riguarda la possibile relazione tra lavoro a distanza e natalità, tema che suscita un forte interesse e che intendo approfondire ulteriormente. Alcuni studi condotti negli Stati Uniti suggeriscono che anche una parziale adozione del lavoro da remoto — limitata a pochi giorni alla settimana — possa avere effetti positivi sui tassi di natalità. Questa evidenza potrebbe assumere particolare rilevanza nel contesto italiano, dove il lavoro a distanza potrebbe contribuire a compensare, almeno in parte, le carenze delle politiche di sostegno alle famiglie. L’analisi di tale relazione appare quindi cruciale per comprendere le implicazioni demografiche delle trasformazioni in atto nelle modalità di lavoro e per orientare eventuali interventi di policy.

In REMAKING studiate anche l’impatto del lavoro da remoto sulle città, tra cui Milano. Cosa è emerso?
L’aspetto che mi interessa maggiormente riguarda l’impatto di questo fenomeno sul territorio, tema su cui io e il mio gruppo di ricerca abbiamo pubblicato diversi contributi scientifici. In particolare, uno studio pubblicato sulla rivista Futures si concentra sul caso di Milano. In questo lavoro abbiamo elaborato tre scenari evolutivi per le città, differenziati in base alla quota di lavoro a distanza, al fine di analizzare le possibili trasformazioni urbane e territoriali associate alla diffusione del remote working.
- Se la quota di lavoro a distanza supera una certa soglia, la città corre il rischio di spopolarsi. È il cosiddetto “effetto ciambella”, che è accaduto in città come San Francisco e New York, ma non a Milano.
- Se invece la quota resta come oggi (uno-due giorni di lavoro da remoto), il rischio è una città sempre più gentrificata. Questo significa una città cara e con i valori immobiliari alle stelle, e quindi meno accessibile per giovani e creativi.
- Se la quota aumentasse stabilmente (ad esempio tre-quattro giorni a settimana), potrebbe verificarsi una rilocalizzazione verso città medie e aree periferiche, favorendo così un riequilibrio.
Il 12 febbraio scorso abbiamo presentato al Politecnico di Milano i risultati di un’indagine qualitativa basata su 56 interviste condotte con lavoratori del Comune di Milano. Dall’analisi è emersa con chiarezza la rilevanza del lavoro a distanza nel miglioramento della qualità della vita, in particolare per quanto concerne la gestione dei figli o dei genitori anziani, nonché la riduzione dello stress, dei costi economici e della fatica associati agli spostamenti casa-lavoro.
Nel contesto della pubblica amministrazione, il lavoro a distanza può inoltre configurarsi come uno strumento di fidelizzazione del personale: a fronte di livelli retributivi non particolarmente elevati, la possibilità di lavorare da remoto rappresenta un beneficio significativo in termini di benessere complessivo e conciliazione tra vita professionale e privata.
Un ulteriore elemento di rilievo riguarda la possibile riallocazione del tempo risparmiato grazie alla riduzione degli spostamenti. Tale tempo può essere dedicato non solo alla sfera individuale e familiare, ma anche ad attività di cura e partecipazione civica a livello locale. In questa prospettiva, il lavoro da remoto può contribuire a rafforzare il capitale sociale e la partecipazione pubblica, assumendo una valenza che va oltre la dimensione organizzativa e produttiva per acquisire una più ampia connotazione territoriale e valoriale.
Quali sono invece gli impatti sulle aree periferiche e rurali in Italia?
Nel nostro Paese si è registrato un cambiamento particolarmente significativo (come abbiamo evidenziato nel working paper La crescrita del lavoro da remoto e ibrido e la nuova geografia del lavoro): prima della pandemia il Paese occupava il penultimo posto in Europa per diffusione del lavoro a distanza, mentre nel periodo successivo si è collocato intorno alla sesta posizione, secondo i dati Eurofound.
Il remote working rappresenta una rilevante opportunità per le aree rurali, in quanto può contribuire ad attrarre e trattenere talenti. Alla base di questo fenomeno si osserva un cambiamento di paradigma: se in passato era prevalentemente il lavoratore ad avvicinarsi al luogo di lavoro, oggi è in parte il lavoro ad avvicinarsi al lavoratore. In questa prospettiva, le persone che lasciano i contesti rurali di origine per motivi di studio o occupazionali — spesso dirette verso grandi città o verso l’estero — possono mantenere relazioni attive con i territori di provenienza. Ciò favorisce la circolazione di competenze, esperienze e reti relazionali, contribuendo potenzialmente ai processi di sviluppo locale e alla rivitalizzazione delle aree periferiche.

Tra i casi studio analizzati, un esempio significativo è rappresentato dall’incubatore SEI Ventures (come evidenziato nel working paper Revitalizing rural areas through innovation and entrepreneurship: public and private initiatives to train, attract and retain human capital), attivo nelle province di Avellino e Benevento. Il progetto nasce dall’iniziativa di alcuni giovani che, dopo aver lasciato il territorio d’origine per studiare nel Nord Italia e successivamente lavorare all’estero, hanno fatto ritorno durante la pandemia con l’obiettivo di investire nelle proprie aree di provenienza. Grazie alle competenze acquisite e alle reti relazionali consolidate, sia a livello nazionale sia internazionale, questi attori hanno promosso la creazione di uno spazio di coworking e di un incubatore d’impresa, finalizzati al sostegno e allo sviluppo di start-up innovative. Il caso evidenzia come il rientro di capitale umano qualificato, favorito anche dalla diffusione del lavoro a distanza, possa generare effetti positivi in termini di imprenditorialità locale e rigenerazione territoriale.
Un elemento di particolare interesse riguarda le politiche adottate da alcuni enti pubblici — tra cui il Comune di Milano, la Regione Emilia-Romagna e il Comune di Bologna — orientate alla promozione di “luoghi terzi” di prossimità, destinati a consentire ai lavoratori lo svolgimento delle proprie mansioni in spazi alternativi e più vicini al domicilio. In questa prospettiva, ad esempio, un dipendente del Comune di Milano residente a Gessate può evitare lo spostamento quotidiano verso sedi centrali distanti, usufruendo invece di strutture localizzate in prossimità della propria abitazione. Analogamente, la Regione Emilia-Romagna ha attivato una rete capillare di spazi di lavoro distribuiti sull’intero territorio regionale, includendo anche aree montane. Tali iniziative si fondano su un’analisi incrociata tra domanda e offerta, basata sull’individuazione dei luoghi di residenza dei lavoratori e sulla mappatura di coworking, biblioteche e altri spazi già esistenti, successivamente riconfigurati e abilitati come ambienti di lavoro diffuso.
Sulla localizzazione delle imprese incidono sicuramente le policy del Paese. Com’è la situazione in altri Paesi europei?
In alcuni Paesi questo tema è stato affrontato in modo più strutturato che nel nostro. In Irlanda, ad esempio, lo Stato ha promosso e finanziato il network denominato “Connected Hubs”, una rete composta da oltre trecento spazi tra coworking e incubatori distribuiti capillarmente sul territorio, con particolare concentrazione nelle aree rurali. L’iniziativa persegue l’obiettivo di trattenere capitale umano qualificato e favorire la formazione delle giovani generazioni attraverso l’organizzazione di percorsi formativi, anche in ambito universitario, riducendo così la necessità di migrazione verso i principali poli urbani, come Dublino.
In Italia, invece, molte iniziative sono nate dal basso.
Si pensi, ad esempio, all’associazione Southworking, che ha attivato presìdi di comunità — spesso collocati all’interno di biblioteche pubbliche e di altri spazi concessi dalle amministrazioni comunali — destinati allo svolgimento del lavoro a distanza, nonché a esperienze come il coworking Isola Catania, che ospita nel centro urbano imprese orientate a generare opportunità occupazionali per i giovani del territorio, con l’obiettivo di ridurre l’incidenza dei NEET.
Tale fenomeno risponde anche alle esigenze delle imprese, le quali possono insediarsi in spazi più sostenibili sotto il profilo economico e ambientale, talvolta localizzati in contesti caratterizzati da minori costi immobiliari. Dinamiche analoghe si osservano anche su scala internazionale: in alcuni Paesi, infatti, l’avvio di attività imprenditoriali richiede la presenza di una sede legale o operativa nel Paese ospitante. In tali circostanze — come nei Paesi del Golfo, in Malesia o a Singapore — gli spazi di coworking si configurano come una soluzione funzionale e flessibile per soddisfare tali requisiti.
Ci racconti cosa sono i luoghi terzi?
Sono luoghi non solo di lavoro, ma sono spazi ibridi (spazi di coworking, smart work centres, maker-spaces, fab labs, open workshops, living labs, etc.) caratterizzati da un “senso di comunità” che promuove e facilita un’elevata frequenza di collaborazioni e interazioni. Gli utenti di tali spazi condividono conoscenze, competenze e reti relazionali, generando esternalità positive in termini di incremento della produttività, stimolo all’innovazione e ampliamento delle opportunità di sviluppo professionale. Parallelamente, questi ambienti presentano spesso una marcata vocazione sociale, offrendo servizi quali baby-sitting, doposcuola gratuiti, corsi di lingua italiana per cittadini stranieri e attività formative e aggregative volte a favorire l’interazione tra popolazione autoctona e comunità migranti.
Oltre alla dimensione individuale, tali spazi esercitano un impatto significativo sui contesti territoriali di insediamento, configurandosi come infrastrutture sociali capaci di attivare dinamiche di rigenerazione locale. In questo senso, essi operano come fattori abilitanti per la nascita di nuove associazioni, gruppi informali e servizi di comunità, contribuendo al rafforzamento del capitale sociale e alla coesione territoriale.
A Milano, ad esempio, si registra la presenza di numerosi spazi ibridi socioculturali — almeno ventisei secondo stime recenti — frequentemente ospitati in immobili di proprietà comunale, concessi in gestione a canoni calmierati. Tale fenomeno è oggetto di un laboratorio di progettazione che conduco da diversi anni insieme a due colleghe: nell’ambito di questa esperienza didattica, gli studenti sono chiamati ad analizzare specifici quartieri milanesi attraverso l’esame di dati socio-economici, della dotazione di servizi e dei bisogni espressi dalla popolazione residente, al fine di elaborare proposte progettuali per spazi ibridi capaci di favorire l’aggregazione sociale e contrastare dinamiche di espulsione connesse ai processi di gentrificazione.

Spostandoci nei Paesi del Nord Europa, le biblioteche sono da tempo luoghi dove le persone possono lavorare gratuitamente. A Milano questo sta accadendo per i lavoratori del Comune.
In questo ambito giocano un ruolo fondamentale le politiche e le sperimentazioni messe in atto dalle amministrazioni per trasformare spazi esistenti e riusare alcuni di essi come spazi di lavoro condiviso.
Finora abbiamo parlato dei vantaggi del lavoro da remoto per gli individui. Nelle vostre analisi avete rilevato anche dei rischi?
Le nostre evidenze empiriche risultano coerenti con quanto già documentato nella letteratura scientifica di riferimento. A livello individuale, il rischio più rilevante è quello dell’isolamento, che tuttavia emerge in modo significativo soprattutto nei contesti di lavoro interamente a distanza (fully remote), ossia quando l’attività si svolge da remoto per l’intera settimana lavorativa. Il contatto diretto e le interazioni informali mantengono infatti un ruolo cruciale non solo per favorire la collaborazione, ma anche per sostenere livelli elevati di produttività, creatività e capacità innovativa.
Il lavoro a distanza richiede inoltre un’adeguata gestione sotto il profilo della leadership organizzativa. In particolare, emerge la necessità di percorsi formativi mirati sia per i manager sia per gli altri lavoratori, al fine di sviluppare competenze specifiche legate alla gestione di team distribuiti. In tale prospettiva, le nostre rilevazioni indicano che, nel settore della pubblica amministrazione, l’adozione di programmi di coaching dedicati rappresenta una pratica efficace e promettente.
Avete rilevato dei rischi anche per il territorio?
Anche in questo ambito gli impatti possono essere sia positivi che negativi. Gli spazi di coworking tendono infatti ad aggregare e attrarre persone e, per garantire la propria sostenibilità economica, spesso integrano servizi complementari quali bar, ristorazione ed eventi aperti alla comunità locale. La presenza di tali infrastrutture può inoltre attivare dinamiche di rivitalizzazione nelle aree circostanti, come osservato in diversi quartieri urbani deindustrializzati, dove l’aumento dei frequentatori contribuisce a stimolare la domanda di servizi e attività economiche.
Tuttavia, in contesti rurali o caratterizzati da elevato pregio naturalistico, l’arrivo di nuovi lavoratori può generare effetti di gentrificazione. Poiché tali soggetti dispongono generalmente di una maggiore capacità di spesa, si registrano incrementi nei prezzi immobiliari e nella domanda abitativa, con conseguenti pressioni sul mercato locale. Questo processo può determinare effetti di esclusione per la popolazione residente, che rischia di essere progressivamente svantaggiata o costretta a trasferirsi verso altre aree.
Nel progetto REMAKING sono stati tuttavia analizzati anche casi problematici, che evidenziano le possibili criticità di tali dinamiche. Un esempio emblematico è rappresentato da alcune aree di Creta, dove l’elevata attrattività turistica, combinata con l’arrivo di nomadi digitali, ha contribuito a determinare un significativo aumento dei valori immobiliari. In tali contesti, l’incremento della pressione sul mercato abitativo ha generato effetti distorsivi particolarmente marcati nei periodi di alta stagione. Durante i mesi estivi, infatti, si sono registrate situazioni in cui lavoratori locali, a causa della scarsità di alloggi accessibili e dell’aumento dei canoni di locazione, si sono trovati costretti a ricorrere a soluzioni abitative di fortuna, fino a dormire in automobile. Questo caso mette in luce in modo evidente i rischi di squilibrio sociale che possono emergere in assenza di adeguati strumenti di regolazione e pianificazione territoriale.
Il ruolo della comunità locale risulta quindi cruciale. Essa è chiamata a governare i flussi in ingresso, a definire politiche abitative e di accesso ai servizi coerenti con le caratteristiche del territorio e a promuovere percorsi di integrazione dei nuovi lavoratori all’interno del tessuto socio-economico locale. Una gestione proattiva e strategica di tali dinamiche può contribuire a massimizzare gli effetti positivi e a mitigare le possibili esternalità negative.

In diversi Paesi, si registrano esperienze associative che svolgono una funzione di intermediazione strategica. È il caso dell’organizzazione non profit Rural Move, attiva in Portogallo, che supporta remote worker e talenti nell’individuazione di soluzioni abitative e spazi di coworking. Questi attori intermedi rivestono un ruolo rilevante nei processi di sviluppo locale, poiché facilitano l’incontro tra domanda e offerta, riducono le asimmetrie informative e contribuiscono a orientare l’insediamento di nuovi residenti in modo più equilibrato e sostenibile.
Quali sono i temi che svilupperai nella tua ricerca futura?
I progetti di ricerca in corso analizzano l’impatto del lavoro da remoto sullo sviluppo locale, con particolare attenzione a innovazione, talent attraction e talent retention. In questo quadro emergono due concetti chiave: il right to stay, inteso come diritto a restare nel proprio territorio senza dover migrare per accedere a opportunità qualificate, e il right to disconnect, centrale nel dibattito sugli equilibri tra lavoro e vita privata.
Sto inoltre allargando lo sguardo fuori dall’Europa, includendo Asia e Medio Oriente — in particolare Thailandia, Singapore, Emirati Arabi Uniti e Cina — e il contesto statunitense, dove il confronto sul ritorno in presenza è particolarmente acceso.
Un ulteriore asse riguarda il ruolo delle università nei nuovi ecosistemi del lavoro distribuito. Il lavoro a distanza amplia la capacità degli atenei, anche italiani, di attrarre talenti e rafforza la loro funzione di “luoghi terzi”, spazi di incontro tra accademia, imprese e società. In questa prospettiva, la creazione di ambienti aperti e inclusivi rappresenta uno strumento concreto per potenziare la terza missione e generare innovazione sociale e territoriale.