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«Un uomo curioso, ironico, instancabile»: la memoria privata di Federico Bucci secondo sua moglie

Un ritratto intimo e vivido disegnato da Emanuela Bergomi

Dopo l’intervista al Prorettore Vicario Emilio Faroldi e alla sua assistente Elisa Boeri, dalla voce di Emanuela Bergomi riaffiora un ritratto intimo e vivido del marito Federico Bucci: lo studioso rigoroso, il viaggiatore curioso, il padre ironico, l’uomo capace di trasformare ogni incontro in una storia. Dalla vita condivisa nello studio alla quotidianità familiare, dai viaggi alle passioni comuni, fino all’emozione della mostra Il futuro è nella Storia che ne celebra il lascito culturale: il ricordo di una complicità fatta di libri, architettura, dettagli colti e riti domestici. Un affresco sincero, affettuoso, pieno di quella vitalità che per Federico era un modo di stare nel mondo.

Ci sono stati momenti in cui lei e Federico avete lavorato insieme?

Sì, certo. Dopo il nostro matrimonio abbiamo fondato uno studio insieme. Ci occupavamo di progetti editoriali e lavoravamo fianco a fianco. Federico seguiva anche i “Quaderni del Dipartimento di Progettazione dell’Architettura” del Politecnico. Io gestivo tutta la parte amministrativa, e le ricerche d’archivio e iconografiche. È andata avanti per un po’, poi lui è entrato in modo più strutturato a collaborare con il Politecnico e io ho trovato un altro lavoro.

Avevate abitudini o passioni comuni anche fuori dal lavoro?

Fuori dall’architettura, poche. La nostra grande passione erano i viaggi – sempre legati alla scoperta delle città e raramente alla natura, che a lui interessava poco. Solo quando nostro figlio era piccolo siamo andati in montagna, in Alto Adige, per tre anni di fila. Viaggi e fotografia erano le nostre attività comuni: nei primi viaggi fotografavo io, con una macchina che mi aveva regalato mio padre; poi si è appassionato anche lui. Lo sport, invece, non è mai stata un’attività in comune: lui giocava a calcio e in seguito a tennis, io praticavo altro. A volte andavamo a sciare insieme, quello sì. E amavamo anche il cinema e il teatro.

Come riusciva a conciliare tutti i suoi impegni con la vita familiare?

Negli ultimi anni la vita familiare era diventata inevitabilmente più limitata, visti i numerosi impegni del ruolo che ricopriva, e a casa aveva solo bisogno di rilassarsi. Col tempo mi sono adeguata: capivo che era complicato. Quando eravamo più giovani uscivamo spesso, ma poi è diventato sempre più difficile. Da poco avevamo una casa sul Lago di Garda: lì si rilassava davvero. Aveva il suo piccolo studio con vista lago, giocava a tennis, nuotava, correva. Quello era il suo vero momento di pace.

Leggeva molto?

Tantissimo. Leggevamo entrambi, ma lui era un lettore instancabile. A volte mi faceva leggere i libri prima di lui, in modo da poterglieli consigliare. In casa ci sono centinaia di volumi — di architettura, filosofia, storia, letteratura, arte. Da giovani ci piaceva molto andare per bancarelle di libri usati e collezionavamo volumi spesso ormai introvabili. Era una passione che ci univa molto.

Ci sono aneddoti o battute di famiglia che lo rappresentano?

Sì, molti. In famiglia si trovava benissimo: faceva battute, raccontava storie, sobbalzava dalla sedia se i miei familiari non conoscevano noti architetti come i francesi Ledoux e Boullée e a tavola teneva una lezione su di loro. Era sempre il più atteso nelle occasioni di festa perché con lui non ci si annoiava mai.
Con nostro figlio Lorenzo aveva un rito divertente: a cena lo interrogava sulle lezioni del giorno e lui rispondeva con grande ironia. Era diventato un momento fisso. Da quando si è iscritto a Ingegneria, poi, si raccontavano reciprocamente battute e aneddoti su architetti e ingegneri, scherzando sui rispettivi campi di studio.
Con me invece era più pratico: non chiedeva mai del mio lavoro, ma chiedeva notizie sulla cucina o su quali film avremmo visto la sera insieme. Io preparavo la lista così si sceglieva in fretta.
Amava i registi impegnati — Sorrentino, Iñárritu, Moretti, Bertolucci — ma il suo vero relax erano i film d’azione che guardava con Lorenzo: “Fast & Furious”, “Mission: Impossible” e simili… Era un uomo molto ironico e socievole e quando era con gli amici o con i ragazzi, diventava un vero istrione. Era un padre simpatico e coinvolgente. Non condivideva molto della sua vita lavorativa a casa: parlava solo dei conflitti e delle liti importanti o di impegni in modo generico.

C’è un consiglio o una frase che le ha lasciato?

Sì, due in particolare. La prima: “No lamento”. Negli ultimi tempi lo ripeteva spesso: niente lamentele inutili e passive, se non c’è la volontà di cambiare attivamente le cose.
La seconda riguarda lo “storicizzare”: diceva sempre che per capire davvero un evento, anche personale, bisogna leggerlo nel tempo, con lo sguardo della storia. Mi ha insegnato che non si può giudicare nulla nel momento in cui accade, perché solo la distanza storica dà senso alle cose.

E applicava questa visione anche nella vita?

Sì, assolutamente. Anche nei viaggi: quando visitavamo luoghi o città, aveva questa capacità di “sentire” che ci stavamo avvicinando a un edificio importante o a un’opera d’arte — diceva: “Sento profumo di capolavoro”.
Era curioso, affabile, e in viaggio riusciva sempre ad attirare l’attenzione delle persone e finiva per fare amicizia con tutti. Aveva un sorriso magnetico.

Era curioso e molto colto vero?

Certo. Nulla gli sfuggiva. Era curioso di tutto e molto testardo: finché non capiva una cosa, non mollava. Ricordo che, quando nostro figlio Lorenzo gli disse che il nome degli occhiali Persol derivava da “per il sole” ed erano stati progettati per i tranvieri di Torino, rimase quasi indispettito di non saperlo già! Perché di solito sapeva davvero tutto.
E poi gli piaceva tantissimo stare con la gente, chiacchierare con chiunque.
A Garda, per esempio, aveva trovato un barbiere con cui passava ore a parlare. Poi andava dal pescatore del paese a farsi spiegare i tipi di pesce, o si intratteneva con chiunque incontrasse.
Da ogni persona, da ogni piccolo incontro, rubava qualcosa: un dettaglio, un modo di dire, una storia. Era un osservatore curioso, un raccoglitore di frammenti di vita — sempre pronto ad assorbire tutto ciò che lo circondava.

Aveva la tendenza a immedesimarsi nelle situazioni e nelle persone che incontrava.

Sì, sempre. Aveva una grande capacità di immedesimarsi, di calarsi nei contesti, anche nei più quotidiani. A Favignana, per esempio, si metteva a parlare in siciliano con i pescatori, discuteva di cozze e mare, e nessuno avrebbe mai immaginato che fosse un professore universitario. Gli piaceva entrare nei personaggi, confondersi con l’ambiente. Una sorta di Zelig. E lo stesso succedeva in Alto Adige: lì diventava improvvisamente un esperto di montagna, di sentieri, di malghe. Aveva dentro di sé una natura quasi teatrale.

E la passione per il calcio?

Era un interista sfegatato, e quello era un vero incubo. Non perdeva una partita, neanche se aveva impegni importanti. Però si divertiva come un bambino, con la stessa passione ingenua di sempre.
Aveva anche un piccolo rito: nei momenti di festa si beveva solo champagne “perché tutto il resto mi fa male”, diceva. Era diventata una tradizione di famiglia.

È stata un’esperienza importante e molto bella. Ho lavorato con i colleghi di Federico: Lola Ottolini, Filippo Bricolo ed Emilio Faroldi e soprattutto con Elisa Boeri e Luca Cardani, i suoi eredi accademici, che hanno immaginato questa mostra. Raccogliere foto e riprendere in mano tutti i libri scritti negli anni mi ha fatto ritornare indietro nel tempo e rivivere viaggi, esperienze ed avventure passate insieme a nostro figlio Lorenzo. Un momento intenso a cui ha partecipato anche Renzo Piano regalandoci un suo ricordo commovente: «In lui convivevano lo studioso rigoroso e l’uomo delle idee, il custode della memoria e l’instancabile promotore di nuove prospettive. La storia, per lui, era una materia viva, da interrogare, da rinnovare, da proiettare nel domani. Aveva il dono raro di saper ascoltare, trasformando ogni incontro in una possibilità di crescita. La sua energia, la sua curiosità e la sua fiducia nel valore della cultura restano un’eredità preziosa per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e di lavorare con lui».

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