La forza creativa della matematica secondo Sachiko Nakajima
Musica e numeri. Sono le instancabili passioni che animano Sachiko Nakajima, pianista e matematica, che si è esibita nei giardini del Politecnico di Milano, in piazza Leonardo da Vinci, per l’edizione 2026 di Piano City Milano. La sua performance è stata il risultato della partecipazione dell’Italia a Expo 2025 Osaka in Giappone, dove il nostro padiglione è stato decretato il migliore, e dove Sachiko Nakajima ha ricoperto il ruolo di curatrice e produttrice del Jellyfish Pavilion: un progetto speciale che promuove le discipline STEAM (Science, Technology, Engineering, Arts, Mathematics), l’inclusione e la diversità nella società. Nel 2026 ricorre anche il 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, con la città di Milano in prima linea, soprattutto grazie al gemellaggio proprio con Osaka.
In qualità di promotrice della cultura scientifica, in primis con la sua steAm, Inc., l’obiettivo di Sachiko Nakajima è di incoraggiare un maggiore numero di ragazze ad avvicinarsi a queste discipline. Al Jellyfish Pavilion ha promosso numerose attività dedicate a questi temi, creando uno spazio immersivo dove le persone potessero sperimentare la bellezza della natura e della scienza che ne è alla base, ma anche viverla direttamente dal punto di vista delle persone con disabilità, in modo gioioso e spontaneo. Lì ha inoltre interagito con molti artisti italiani durante l’Expo, esibendosi dal vivo con loro insieme ai musicisti del gruppo “resident” Kurage (“medusa” in giapponese, nda) Band.
Al Politecnico di Milano, Sachiko Nakajima ha eseguito alcune sue composizioni intrise di canti tradizionali popolari giapponesi: ha affascinato il pubblico con i suoi racconti musicali sulle libellule rosse, i tanuki (i procioni giapponesi) e altre specie tipiche dei dintorni di Osaka, dove è nata e cresciuta. Abbiamo parlato con lei delle sue influenze musicali, e di come la matematica possa essere una vera forza creativa.
Sei stata la prima donna in Giappone a vincere le Olimpiadi Internazionali della Matematica. Come ti sei sentita nell’aprire la strada ad altre ragazze e donne, affinché seguissero lo stesso percorso? Com’è la situazione in Giappone per le ragazze nelle discipline STEM?
In Giappone la situazione non è ancora molto buona, ci sono ancora diversi problemi. L’attuale primo ministro è una donna, ma è ancora una società molto dominata dagli uomini e per le ragazze è davvero difficile accedere soprattutto nella matematica e nell’ingegneria. Non è facile rendersi conto di questo tipo di pregiudizi inconsci. Ma a volte questa situazione può essere difficile anche per gli uomini, perché ci si aspetta sempre da loro che si comportino in un certo modo. A volte sembra quasi una battaglia, ma non vogliamo che sia così: ci dovrebbe invece più un processo di accettazione di ogni tipo di modi di essere. È una sfida complicata perché penso che dovremmo costruire un nuovo tipo di società: potrebbe volerci del tempo, ma dovremmo sicuramente cercare di fare un passo avanti in questa direzione. Anche la comunicazione interculturale, la bellezza di conoscere il punto di vista di altri Paesi, potrebbe aiutare a costruire questo processo e ad accogliere più idee.
Sachiko Nakajima al piano durante il concerto presso i giardini del Politecnico di Milano
Parlaci del tuo lavoro al Jellyfish Pavilion dell’Expo 2026 Osaka: anch’esso era incentrato sull’inclusione
Io ne ero la produttrice. La nostra missione era, ed è, democratizzare la creatività: significa rendere la società più accogliente verso le persone, comprese quelle con background e problematiche differenti. Quello che cercavamo di fare era creare uno spazio di gioco molto piacevole e inclusivo, dove le persone potessero sperimentare la diversità. La medusa è un simbolo della creatività e della vita che esistono dentro ognuno di noi, una rappresentazione di ciò che non sempre può essere spiegato a parole, nello spirito di “giocare seguendo il proprio flusso”. Attraverso esperienze ludiche che coinvolgono tutti e cinque i sensi, il padiglione mirava a far nascere il coraggio per compiere nuovi passi avanti, ad alimentare la fiducia in se stessi e la gioia di scoprire che ognuno di noi può contribuire a creare un frammento del nostro futuro condiviso. Il progetto tematico “Invigorating Lives” ha cercato di avviare una grande trasformazione nel modo in cui impariamo, giochiamo, creiamo e viviamo, riunendo persone di ogni età, da 0 a 120 anni, ma anche persone cieche o ipovedenti, persone sorde o con problemi di udito, persone che utilizzano una sedia a rotelle, impossibilitate a lasciare l’ospedale, che hanno difficoltà a esprimersi a parole, di ogni nazionalità, etnia, genere, ruolo e personalità. Tutti confluiscono in una società futura, in cui la diversità della vita possa risplendere. Perché non basta dire che la diversità è importante: è meglio creare uno spazio in cui le persone possano apprezzarla e sperimentarla direttamente. Per esempio, in questo momento con la Kurage Band siamo in tournée in diversi Paesi e ogni giorno restiamo stupiti dalle straordinarie culture che incontriamo, conoscendo persone diverse che ci offrono nuove prospettive. Ed è lo stesso quando incontro persone che non possono vedere né sentire: lo trovo interessante perché, interagendo con loro, mi porta a concentrarmi su altri sensi che normalmente dimentichiamo nella vita quotidiana, così frenetica e stressante. Un’interazione di questo tipo è utile per tutte le persone coinvolte e aiuta a riconoscere e rispettare reciprocamente le nostre diverse identità. Per chi vive una condizione di minoranza, a volte può essere molto dura. Penso che nel ventunesimo secolo dobbiamo trovare modi più creativi, per avere punti di vista più personalizzati all’interno della nostra società, e le minoranze possono avere una voce molto significativa che va ascoltata.
Sachiko Nakajima (a sinistra), con Davide Fassi (al centro), delegato di ateneo agli Eventi, e Umberto Tolino, delegato alla Comunicazione
Colpisce il fatto che tu sia una musicista e una matematica. Quando è nata la tua passione per la matematica, e quali suoi aspetti ti affascinano di più?
Alle elementari ero molto più interessata alla musica. Ho iniziato a suonare il pianoforte a 4 anni. Poi, quando ne avevo 14, improvvisamente ho smesso di suonare: volevo comporre musica, ma mi resi conto che le mie composizioni si assomigliavano troppo. Così pensai di aver bisogno di più esperienze di vita per comporre musica migliore, e mi fermai momentaneamente. In quel periodo avevo molto tempo libero e iniziai a dedicarmi alla letteratura, alla filosofia e alla matematica. Mi capitò di confrontarmi con un problema per un mese intero, trascorrendo giorno e notte a pensare solo a come risolverlo. Ciò significa anche che fallii molte volte nel tentativo di risolverlo e, ciononostante, fu molto interessante perché provavo una strada, poi un’altra, ma avevo una sorta di istinto che mi diceva che mi stavo avvicinando a qualcosa di importante. E all’improvviso arrivò un’idea e riuscii a risolverlo – dopo un mese! Un’esperienza che mi colpì profondamente. Mi imbattei anche in un libro del matematico russo Ivan Matveevič Vinogradov, “Three Primes Theorem”: presentava tre problemi, piuttosto elementari, per i quali non era necessario conoscere concetti matematici da un punto di vista “professionale”. Eppure erano davvero difficili: elementare non significa facile! Per comprendere la soluzione di uno di quei problemi impiegai, ancora una volta, forse uno o due mesi. E gradualmente iniziai a percepire la bellezza della matematica: non si tratta di calcolare, o di essere veloci nel risolvere qualcosa, ma piuttosto di andare sempre più in profondità e cogliere l’essenza di qualcosa. Impari a guardare un problema con occhi diversi. A 15 anni partecipai per la prima volta alle Olimpiadi della Matematica, ma non riuscii a superare la prova finale. In seguito partecipai a un campo estivo di matematica, un’esperienza affascinante e formativa per me. L’anno successivo, quando frequentavo il primo anno delle superiori, a 16 anni vinsi il primo posto alle Olimpiadi Matematiche Giapponesi. E fui selezionata come una delle rappresentanti del Paese alle Olimpiadi Internazionali della Matematica.
In un certo senso, la matematica ti ha aperto le porte del mondo!
Sì! Nel 1996 andai in India per le Olimpiadi Internazionali della Matematica e vinsi la medaglia d’oro. L’anno successivo, nel 1997, andai in Argentina e vinsi la medaglia d’argento. Fu una grande sfida, ero davvero entusiasta di andare a vedere il mondo e conoscere culture diverse. Fu allora che la mia motivazione verso la musica si riaccese. Dopo essere entrata all’università, ripresi a suonare e iniziai a conoscere meglio il mondo. Dopo la laurea in Matematica, decisi di approfondire il jazz e pensai semplicemente a suonare per un po’. E poi, ancora una volta, a un certo punto tornai alla matematica. Penso che sia davvero un mondo creativo.
Quindi potrebbe essere questo il legame con la musica…
La creatività, sì! Non si tratta soltanto di osservare un fatto con una logica molto rigorosa. La matematica riguarda piuttosto l’essere creativi e il vedere il mondo da una prospettiva diversa, che potrebbe essere la prospettiva più essenziale. Ma non esiste un’unica risposta, possono esserci molti modi e molte soluzioni: è questo che trovo molto, molto interessante nella matematica!
Quali generi musicali senti più vicini?
All’inizio ho iniziato con il jazz e il rock, ma ho sempre pensato che la musica popolare primitiva sia al centro dell’essere umano. Come nella matematica, nel jazz soprattutto non esiste un’unica risposta. Ma mi sono interessata a musiche più primitive perché non seguono regole prefissate come do-re-mi… Sono più generative ed essenziali. È molto diverso da ciò che fai sul palco come musicista professionista per guadagnarti da vivere. Tutti possiedono un senso della musica e questo può essere molto generativo e, attraverso l’ascolto e la percezione, coesistiamo e co-creiamo. Quando si parla non si possono sovrapporre le voci, ma nella musica sì: io suono qualcosa, tu suoni qualcosa e tutti insieme possiamo essere l’armonia, anche un’armonia caotica. Per questo, recentemente, mi sono avvicinata alla musica popolare. Per me la matematica e la musica sono entrambi mondi creativi e liberi in cui chiunque può risiedere, ed entrando in risonanza gli uni con gli altri, possiamo costruire qualcosa di nuovo insieme. È l’aspetto più affascinante di entrambe.
Pensi che la matematica possa aiutarti a essere una compositrice migliore, in qualche modo?
Sì, in effetti una formazione matematica può aiutare a comporre in modo diverso, più strutturato. Tuttavia, quando compongo un buon brano, per me è più un processo intuitivo, qualcosa che accade e attraversa il mio corpo. Ma penso che servano sia la logica che i sensi. In matematica hai davvero bisogno delle emozioni o dell’istinto per percepire un nuovo modo di vedere le cose, punti di vista nascosti ed essenziali. A volte può essere molto d’aiuto rilassarsi, andare in montagna e godersi il tempo libero, per poter guardare le cose da un’altra prospettiva. E per la musica è lo stesso: i sensi sono importanti, ma possono anche rappresentare un limite. Per i bambini tutto è molto nuovo e innovativo, ma per gli adulti, crescendo, si è gradualmente circondati da molti pregiudizi. A quel punto, ancora una volta, la logica può aiutarti a pensare fuori dagli schemi e a liberare i tuoi pensieri. A volte, quando mi blocco nel comporre un nuovo tipo di musica, mi fermo e provo ad analizzare la situazione e gradualmente vedo una via d’uscita attraverso il ragionamento logico, trovando diverse soluzioni. Quindi penso decisamente che entrambi gli aspetti, sensi e logica, fuori e dentro il nostro corpo, emisfero destro ed emisfero sinistro, debbano realmente integrarsi per produrre qualcosa di nuovo.
Leibniz, il filosofo, diceva che “la musica è un esercizio segreto dell’anima, un’aritmetica che conta senza neppure saperlo”. Concepiva la musica come una serie di rapporti numerici e proporzioni. Condividi questa visione?
La musica possiede diversi aspetti matematici. Mi piace molto la definizione del celebre matematico James Joseph Sylvester secondo cui “la matematica è la musica della ragione”. Esiste un modo di comporre basato sulle serie matematiche… Per esempio, Bach utilizzava moltissimo la matematica e improvvisava anche con strutture matematiche ottenendo risultati meravigliosi. Ma c’è della matematica anche nella musica e negli strumenti più primitivi e alle persone può sembrare bella, pur essendo caotica. Tuttavia, quando percepiamo qualcosa di fisico, sapendo che le cose fisiche si basano anch’esse su qualche forma di matematica o di biologia, forse stiamo utilizzando i nostri sensi per comprenderne una struttura matematica intrinseca. Quando ascoltiamo musica non utilizziamo soltanto il cervello, ma anche il corpo e i sensi per comprenderne la matematica. Se apprezzi una bella melodia, il canto degli uccelli o una composizione di Bach, è come se in qualche modo percepissi una sorta di struttura armoniosa interna che attiva qualcosa dentro di te: le persone stanno effettivamente percependo la matematica, e questo può influenzare le loro emozioni.
Essere formati musicalmente può contribuire a plasmare il cervello in un certo modo, rendendolo più incline alla matematica?
Sì, ascoltare, apprezzare o suonare musica credo aiuti a comprendere meglio la matematica o la scienza. In qualsiasi tipo di musica, in effetti, ci si può allenare a percepire la struttura dell’armonia intrinseca dell’universo. Molti matematici amano la musica e molti musicisti amano la matematica.
Hai citato jazz, rock e musica popolare, ma quali sono state le principali influenze su di te come artista?
In realtà, il mio unico mentore è stato Takehiro Honda (1945-2006), un grande pianista giapponese. Naturalmente ce ne sono molti altri che amo, come Keith Jarrett o Jimi Hendrix, ma per me Takehiro è stato davvero una delle più grandi fonti di ispirazione: ho deciso di dedicare la mia vita alla musica grazie a lui, dopo averlo sentito suonare. All’epoca aveva già avuto due ictus cerebrali: i medici gli dissero che non avrebbe più potuto suonare il pianoforte, perché il lato sinistro del suo corpo non si muoveva. Prima dell’incidente era già molto famoso, ma forse anche un po’ arrogante, conduceva una vita sregolata. In ospedale supplicò che gli permettessero di suonare e fare pratica, dato che lì c’era un pianoforte. All’inizio la sua mano quasi non si muoveva, ma iniziò comunque e gradualmente, lentamente, la sua mano sinistra cominciò a muoversi, muoversi, muoversi. Si esercitava tutto il giorno, finché riuscì di nuovo a suonare completamente il pianoforte: la prima canzone che riuscì a eseguire per intero fu un canto popolare giapponese pieno di pathos, una canzone per bambini. Penso che abbia imparato una lezione da quell’esperienza, perché si era trovato sul punto di morire. La sua musica ebbe un forte impatto su di me; alcune persone dicono che il suo piano fosse migliore prima, ma per me era molto migliorato dopo: lo sentii suonare quella canzone e commosse profondamente me e altre persone, perché era intrisa di una malinconia particolare. Non è soltanto la musica: è la storia della sua vita a essere stata per me una fonte di ispirazione così grande.
Qui al Politecnico di Milano abbiamo un’orchestra, Polifonia, composta da alunni che studiano ingegneria e allo stesso tempo suonano musica. Potresti dare loro un consiglio su come portare avanti entrambe le carriere? O su come una possa aiutare l’altra?
Oggi penso che non possiamo più definirci soltanto attraverso una carriera. Sii te stesso, non confrontarti con gli altri e crea qualcosa di nuovo: si può costruire il proprio percorso di vita. Perché anche per essere un buon ingegnere non basta soltanto studiare. La musica, le proprie passioni, possono integrarsi creativamente nella propria carriera. Per esempio, a volte ho messo da parte la matematica, o altre volte ho smesso di fare musica. Ma ora continuo a fare entrambe: quindi, se ti piace qualcosa, continua semplicemente a farla. Se ti senti stanco, forse è solo perché non è il momento giusto e puoi fermarti per un po’, per poi ricominciare in qualsiasi momento. È sicuramente possibile portare avanti carriere e passioni diverse.