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Collaborare oltre i fusi orari: un vantaggio inatteso per la ricerca

Intervista alla professoressa Miriam Judit Manchin

Data di pubblicazione

La ricerca scientifica è sempre più un'impresa globale. Ricercatrici e ricercatori collaborano tra Paesi, culture e istituzioni diverse, spesso separati da migliaia di chilometri. Ma cosa succede quando a dividerli sono anche diversi fusi orari? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, queste differenze potrebbero addirittura migliorare i risultati della ricerca.

Nel suo recente studio, Collaboration Across the Globe: Time Zone Differences and Citations, la professoressa Miriam Judit Manchin del Politecnico di Milano analizza come le differenze di fuso orario tra coautori influenzino l'impatto delle pubblicazioni scientifiche. Abbiamo parlato con lei delle origini di questa ricerca, dei risultati più sorprendenti e degli insegnamenti che i giovani ricercatori possono trarne.

La sua ricerca si colloca all'intersezione tra economia, globalizzazione e collaborazione scientifica. Può raccontarci il suo percorso accademico e cosa l'ha portata a occuparsi di questo tema?

La mia attività di ricerca si concentra principalmente sull'economia internazionale, che studia in senso ampio la circolazione di beni, servizi, persone e conoscenza tra Paesi. I flussi di conoscenza si inseriscono naturalmente in questo ambito. Gran parte del mio lavoro ha riguardato il commercio internazionale, i servizi e le migrazioni, ma anche la collaborazione scientifica rappresenta una forma di scambio internazionale e per questo è strettamente collegata ai miei interessi di ricerca.

Questo progetto è nato grazie a uno studente di dottorato che si occupava di collaborazione scientifica internazionale. Inizialmente avevamo previsto di sviluppare l'articolo insieme, ma dopo aver ottenuto un post-doc ad Harvard e successivamente un nuovo incarico, è diventato troppo impegnato per continuare. Mi ha incoraggiata a proseguire autonomamente e così ho finito per approfondire il tema in prima persona.

Pur essendo un argomento in parte diverso rispetto alle mie ricerche precedenti, l'ho considerato una naturale estensione dei miei interessi scientifici.

Cosa l'ha spinta a concentrarsi in particolare sui fusi orari?

I fusi orari non erano inizialmente il tema centrale del progetto. Il mio dottorando stava studiando la collaborazione scientifica in senso più ampio e a un certo punto gli ho suggerito di includere anche i fusi orari nell'analisi per verificarne l'eventuale effetto.

I risultati sono stati sorprendenti. Ci aspettavamo che le differenze di orario rappresentassero un ostacolo, ma non sembravano avere un impatto negativo sulla collaborazione scientifica.

C'è stata anche una componente personale nella mia curiosità. Da oltre dieci anni collaboro con un collega che lavora negli Stati Uniti. Sebbene i nostri orari lavorativi si sovrappongano solo parzialmente, siamo riusciti a lavorare efficacemente alternando momenti di interazione diretta a fasi di lavoro asincrono.

Un altro esempio mi è stato offerto da un'amica che lavorava per una multinazionale a Bruxelles. Doveva coordinarsi sia con gli uffici asiatici sia con quelli americani, creando una sorta di flusso di lavoro continuo attraverso diverse parti del mondo. Questo mi ha ricordato il concetto di 24-hour knowledge factory, presente nella letteratura manageriale. Quando ho iniziato a cercare studi sui fusi orari nella collaborazione scientifica, sono rimasta sorpresa dalla scarsità di ricerche sull'argomento. È stato allora che ho capito che valeva la pena approfondirlo.

Qual è stato il risultato che l'ha sorpresa di più?

All'inizio non ero nemmeno sicura che i fusi orari avessero un effetto significativo. Pensavo potessero comportarsi in modo simile alla distanza geografica, che generalmente rende la collaborazione più complessa.

Successivamente, introducendo ulteriori variabili di controllo nell'analisi, mi aspettavo che l'effetto scomparisse. Forse, pensavo, i fusi orari stavano semplicemente catturando i benefici della collaborazione internazionale o della diversità dei team. Eppure l'effetto è rimasto robusto anche dopo aver controllato la distanza fisica, il numero di Paesi coinvolti e numerosi altri fattori.

Ciò che ho trovato particolarmente interessante è stata la relazione non lineare tra differenze di fuso orario e citazioni. L'effetto segue una curva a U rovesciata. Quando i ricercatori si trovano in fusi orari molto simili, l'impatto è limitato. All'estremo opposto, quando sono molto lontani tra loro, il coordinamento diventa più difficile perché gli orari di lavoro si sovrappongono appena.

L'effetto più positivo emerge quando i coautori sono separati da circa quattro-sei ore. In questo caso esiste ancora una sufficiente sovrapposizione per organizzare riunioni e discussioni, ma allo stesso tempo il lavoro può proseguire lungo un arco temporale più ampio della giornata. Questo equilibrio sembra essere particolarmente vantaggioso.

Il suo studio suggerisce che differenze moderate di fuso orario possono migliorare l'impatto della ricerca. Perché accade?

Una possibile spiegazione è che la collaborazione diventi più continua. I ricercatori possono lavorare a un progetto durante il proprio orario di lavoro e poi passare il testimone ai collaboratori che si trovano in un altro fuso orario. In questo modo il lavoro può proseguire quasi senza interruzioni.

L'articolo suggerisce che questo meccanismo possa essere particolarmente importante nelle discipline in cui la velocità conta. In alcuni settori i processi di pubblicazione sono molto rapidi e la capacità di mantenere il ritmo può rappresentare un vantaggio significativo.

Oggi disponiamo inoltre di strumenti digitali che rendono questo tipo di collaborazione molto più semplice. Molti ricercatori lavorano su piattaforme condivise online, dove i documenti possono essere aggiornati continuamente. In questo contesto, i diversi fusi orari possono contribuire a mantenere costante il flusso di lavoro.

Naturalmente, tutto ciò richiede una buona organizzazione, coordinamento e fiducia reciproca tra i collaboratori. Questi aspetti non sono stati misurati direttamente nello studio, ma sono certamente importanti per il successo di questo tipo di collaborazione.

Cosa distingue un team internazionale produttivo da uno che incontra difficoltà?

Questa è più una riflessione basata sulla mia esperienza personale che una conclusione diretta della ricerca.

Credo che possa essere molto utile incontrarsi di persona almeno una volta all'inizio di un progetto. Costruire un rapporto di fiducia, comprendere il modo di lavorare degli altri e concordare responsabilità e obiettivi può creare basi più solide per la collaborazione futura.

Anche la sovrapposizione degli orari di lavoro è importante. Quando esiste un sufficiente margine di sovrapposizione, i ricercatori possono continuare a incontrarsi online, discutere idee e risolvere problemi organizzativi con relativa facilità. Se invece le differenze di fuso orario diventano troppo ampie, tutto questo si complica, soprattutto per chi ha responsabilità familiari e minore flessibilità nella gestione del proprio tempo.

La tecnologia ha reso la collaborazione a distanza molto più semplice rispetto al passato, come tutti abbiamo sperimentato durante e dopo la pandemia di COVID-19. Rimangono però alcuni vincoli pratici che devono essere tenuti in considerazione.

Quale consiglio darebbe ai giovani ricercatori che stanno iniziando la loro carriera?

La ricerca mostra costantemente che le collaborazioni internazionali tendono ad avere maggiore visibilità, ricevere più citazioni e generare un impatto più elevato. Per questo motivo incoraggerei fortemente i giovani ricercatori a costruire reti di collaborazione internazionali.

Partecipare a conferenze, seminari e occasioni di incontro con studiosi di altri Paesi può aprire molte opportunità. La mia ricerca suggerisce inoltre che non dovrebbero avere timore di collaborare attraverso diversi fusi orari, purché le differenze rimangano gestibili.

La distanza fisica non rappresenta necessariamente l'ostacolo che era in passato. Le tecnologie attuali rendono molto più semplice lavorare insieme anche a distanza. Se oggi fossi una giovane ricercatrice, cercherei attivamente opportunità di collaborazione internazionale.

Queste collaborazioni non devono necessariamente coinvolgere studiosi già affermati o particolarmente prestigiosi. Anche lavorare con colleghi che si trovano nella stessa fase della carriera può essere estremamente prezioso. Si può crescere insieme, costruire collaborazioni durature e sviluppare il proprio percorso professionale fianco a fianco.

A mio avviso, questo è uno degli investimenti più importanti che un giovane ricercatore possa fare.

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