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Leggendo le carte geografiche: il sapore della scoperta

Jessica Gritti racconta la ricerca sulla sezione Carte geografiche della Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”: tra catalogazione, nuove connessioni internazionali e il valore della collaborazione tra università e istituzioni culturali.

Le carte geografiche non sono soltanto strumenti per orientarsi nello spazio. Sono documenti storici, opere d'arte, testimonianze di come uomini e istituzioni hanno
osservato, interpretato e raccontato il territorio nel corso dei secoli. Studiarle significa spesso imbattersi in percorsi inattesi: un nome dimenticato, una città rappresentata in modo nuovo, una connessione che attraversa confini geografici e disciplinari.
È proprio questo il cuore della ricerca coordinata da Jessica Gritti, professoressa associata di Storia dell'Architettura al Politecnico di Milano, sviluppata in collaborazione con la Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli” e sostenuta dalla Scuola nazionale del patrimonio del Ministero della Cultura nel programma Dicolab. Cultura al digitale.
Al centro del progetto c'è la sezione Carte geografiche della Bertarelli, una collezione di oltre 3.200 esemplari dal XVI al XX secolo che oggi viene studiata, catalogata e valorizzata attraverso nuovi strumenti di ricerca e una mostra virtuale.

Ma, come raccontano Jessica Gritti, Paolo Bossi, Claudia Giorgi e Lorenzo Mascheretti, protagonisti della ricerca del Politecnico di Milano, insieme ad Alessia
Alberti della Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli” il valore di queste carte non risiede soltanto nelle informazioni che conservano. Ogni mappa è una porta
aperta su nuove domande, nuove connessioni e nuove prospettive di studio. È qui che la ricerca ritrova, ancora oggi, il suo sapore più autentico: quello della scoperta.

Come nasce questa ricerca sulla sezione Carte geografiche della Raccolta Bertarelli?

Jessica Gritti
Le carte geografiche costituiscono uno dei fondi ai quali Achille Bertarelli dedica attenzione fin dall'inizio della sua attività di collezionista. Erano materiali verso cui nutriva un interesse particolare, anche perché all'inizio del Novecento si sviluppano i primi congressi geografici italiani, ai quali lui partecipa. Ma soprattutto il suo interesse nasce dalla sua vocazione di collezionista di stampe.
Bertarelli raccoglieva stampe principalmente per il loro contenuto iconografico. Desiderava costruire una collezione che fosse rappresentativa delle diverse attività e manifestazioni della vita dell'uomo. La sua raccolta era inizialmente molto ampia e comprendeva una grande varietà di temi legati all'esperienza umana. Le carte geografiche rientravano pienamente in questo progetto culturale.
La ricerca che stiamo sviluppando in collaborazione con la Civica Raccolta delle Stampe "Achille Bertarelli" è finanziata dalla Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali, istituto internazionale per la formazione, la ricerca e gli studi avanzati nell’ambito delle competenze del Ministero della Cultura ed è dedicata esclusivamente alla sezione Carte geografiche.
In questi mesi abbiamo raccolto molto materiale che dimostra come questo nucleo sia stato uno di quelli a cui Bertarelli ha dedicato maggiore attenzione fin dall'inizio e uno dei primi a essere donato al Comune di Milano. Già nei primi decenni del Novecento furono organizzate mostre dedicate a queste carte, che stimolarono ulteriori donazioni da parte di cittadini e collezionisti.
La Raccolta Bertarelli apre nel 1927 e l'anno prossimo celebrerà il proprio centenario. Attraverso un sistema di donazioni progressive, Bertarelli costituisce il nucleo fondativo della raccolta, al quale si aggiungono nel tempo molti altri materiali. Il fondo attuale comprende quindi non solo le carte originariamente donate da Bertarelli, ma anche quelle entrate successivamente attraverso nuove acquisizioni e donazioni.

Che cosa rende le carte geografiche oggetti così particolari?

Claudia Giorgi
Le carte geografiche rappresentano aree geografiche differenti e raccontano molto più di quanto si possa immaginare a un primo sguardo. 
La carta più antica che abbiamo studiato rappresenta la Lombardia ed è particolarmente importante perché costituisce la più antica rappresentazione datata a stampa della regione successiva al 1515 (link alla scheda dell’opera). Presenta il titolo in un cartiglio e riporta il nome dello stampatore, Lucantonio degli Uberti, che operava a Venezia vicino a Ponte di Rialto. 
Lo stampatore rappresenta soltanto l'ultima fase di una filiera molto articolata. Prima c'è il cartografo che disegna il territorio, poi l'incisore che traduce quel disegno nella matrice di stampa e infine lo stampatore che realizza materialmente l'opera.
Una carta del Cinquecento non può essere classificata secondo le categorie moderne di carta fisica o politica. Rappresenta contemporaneamente il territorio geografico e quello umano. Accanto ai rilievi naturali compaiono città, insediamenti, infrastrutture e spesso anche riferimenti a eventi storici significativi. Questo è interessante perché ci ricorda una concezione che oggi tendiamo ad aver dimenticato: storia e geografia erano considerate due facce della stessa medaglia. La conoscenza del territorio era inseparabile dalla conoscenza della sua storia.

Ed è proprio osservando una carta insieme ai ricercatori che ci si accorge di quanto il dettaglio cambi completamente la lettura dell'opera. Quello che a un primo sguardo sembra una semplice rappresentazione del territorio rivela invece una rete di autori, tecniche, scelte e intenzioni.

Jessica Gritti
Quello che Claudia Giorgi ha appena descritto è un esempio concreto di ciò che accade nella nostra ricerca. Dal punto di vista metodologico, la sezione Carte geografiche è particolarmente interessante perché richiede un trattamento molto più approfondito rispetto ad altri fondi conservati in archivi e istituti culturali. Una carta geografica mette infatti insieme competenze e professionalità differenti. Non esiste quasi mai un unico autore. Dietro una carta troviamo chi rileva il territorio, chi lo studia, chi lo rappresenta graficamente, chi realizza l'incisione e chi infine la stampa. In alcuni casi intervengono anche ingegneri e architetti.
Per questo motivo una delle domande fondamentali che ci poniamo è sempre: perché questa carta è stata realizzata? Qual era il suo scopo? Chi l'ha commissionata?
La finalità per cui una carta viene prodotta condiziona profondamente ciò che viene rappresentato e il modo in cui viene rappresentato. Per questo motivo comprendere il contesto di produzione è essenziale.

Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda la catalogazione. Perché?

Jessica Gritti
La catalogazione è una delle attività del progetto, ma non è il progetto in sé. La Bertarelli dispone già di strumenti consolidati per catalogare i propri materiali. Il nostro obiettivo è ragionare sul metodo di catalogazione delle carte geografiche.
Questi oggetti richiedono una quantità di informazioni e di dati molto più ampia rispetto ad altri tipi di stampe. Attualmente non esiste una codificazione nazionale che consenta di registrare in modo adeguato tutte le caratteristiche specifiche delle carte geografiche. Di conseguenza, i diversi istituti culturali adottano sistemi differenti.
La maggior parte delle istituzioni sceglie di catalogare le carte geografiche all'interno del Servizio Bibliotecario Nazionale, trattandole come monografie. Questo approccio presenta però alcuni limiti.
Una stampa è un prodotto seriale, ma ogni singolo esemplare ha una storia propria. Nel corso dei secoli può aver ricevuto annotazioni manoscritte, timbri di collezione, segni d'uso, interventi conservativi. Tutti questi elementi che rendono ogni esemplare unico non trovano molto spazio nella scheda descrittiva del Servizio Bibliotecario Nazionale, dove sono riportati il titolo, l’autore e i dati essenziali dell’opera cartografica, talora inserita una sola volta per più istituti.
Per questo motivo la Bertarelli ha scelto di catalogare le carte come opere d'arte, utilizzando la scheda specificamente dedicata alle stampe predisposta dall'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione. Anche questa soluzione, tuttavia, presenta delle criticità, perché alcuni dati fondamentali per la cartografia non trovano ancora spazio nei campi disponibili.

Quali problemi concreti emergono da questa situazione?

Jessica Gritti
Il problema principale riguarda la possibilità di trovare le informazioni. Faccio un esempio concreto. All'inizio del progetto abbiamo intercettato una serie di disegni e mappe realizzati da Gaspare Beretta, ingegnere militare milanese che ha operato su diversi territori.
Le sue carte erano presenti nelle sezioni della Bertarelli, ma non tutte risultavano nelle interrogazioni del catalogo perché il nome non era stato inserito nella forma moderna prevalente (“normalizzato”) e compariva dunque in forme diverse e in campi diversi. Di conseguenza, chi cercava "Gaspare Beretta" si trovava di fronte a risultati parziali rispetto all’effettiva presenza di carte riconducibili al suo operato.
È un problema enorme per una collezione che conta oltre tremila carte geografiche.
Lo stesso vale per i nomi propri, i luoghi, i toponimi. Come devono essere registrati? Secondo la forma storica riportata sulla carta oppure secondo una normalizzazione moderna? Sono questioni apparentemente tecniche, ma fondamentali per la fruizione scientifica del patrimonio. Uno studioso deve poter trovare una carta. Se i dati non sono organizzati in modo coerente e interrogabile, quella carta rischia di rimanere invisibile.

È uno di quei momenti in cui si comprende che la catalogazione non è un lavoro puramente archivistico, ma uno strumento capace di generare nuova conoscenza. Un nome inserito nel campo sbagliato o un'informazione non interrogabile possono rendere invisibile un'intera storia di persone, luoghi e relazioni.

La ricerca ha portato qualche scoperta inattesa?

Jessica Gritti
Mi piace dire che la mia storia scientifica va "dal capitello al mondo". Sono partita come storica dell'architettura occupandomi del dettaglio architettonico e negli ultimi anni mi sto sempre più avvicinando alla storia della città e del territorio. Avevo già lavorato su alcune città del Quattrocento, su Milano e su territori della Serenissima, in particolare Bergamo. Le carte geografiche mi hanno offerto l'occasione di ampliare ulteriormente lo sguardo, passando dalla scala urbana a quella territoriale.
Come spesso accade nelle ricerche, il fondo si è rivelato molto più ricco di quanto immaginassimo. Ognuno di noi ha trovato elementi utili anche per altre linee di studio e ha scoperto aspetti inattesi che hanno aperto nuove prospettive di ricerca.

Ci può fare un esempio concreto?

Jessica Gritti
Uno degli esempi più interessanti riguarda una scoperta che abbiamo fatto insieme al professor Paolo Bossi. Nella sezione Carte geografiche e in quella Piante e Vedute sono emersi collegamenti con un gruppo di ingegneri lombardi che nel Seicento lavorarono successivamente in Catalogna al servizio della Corona spagnola. Grazie alle ricerche condotte sul fondo abbiamo individuato la presenza di questi personaggi in Lombardia prima del loro trasferimento in Spagna. È una scoperta particolarmente importante perché ha attirato l'attenzione degli studiosi catalani, per i quali queste figure rivestono un ruolo fondamentale nella storia della cartografia del territorio.
Partendo da un nucleo conservato al Castello Sforzesco di Milano, ci siamo resi conto che questi materiali possiedono una rilevanza internazionale. È stata una sorpresa importante, che oggi ci porta a immaginare nuove collaborazioni e nuove attività di valorizzazione insieme agli studiosi catalani.

Professor Bossi, qual è stato il contributo di questa scoperta?

Paolo Bossi
Io provengo da una formazione da architetto prima che da storico dell’architettura; quindi, il mio sguardo sulle carte geografiche è inevitabilmente diverso.
Quando osservo una carta, per esempio, mi soffermo immediatamente sui toponimi, sui diversi sistemi di infrastrutture, sui tracciati viari, sui valichi, sui fiumi. Sono tutti elementi che raccontano come un territorio si connetteva con altri territori e quali relazioni instaurava.
Una carta è sempre una selezione di informazioni. Non restituisce mai la totalità del reale, ma rappresenta ciò che il suo autore ritiene importante comunicare.
Da anni mi occupo dell’opera di Ambrogio o Ambrosio Borsano, un ingegnere militare dei secoli XVII e XVIII formatosi nell’ambiente di Gaspare Beretta, che ancora giovane si reca nella Penisola Iberica al servizio della Corona di Spagna.
Nel tempo, con alcuni colleghi di Barcellona, siamo riusciti a ricostruire alcuni passaggi della sua carriera e del suo trasferimento in Catalogna. Borsano in particolare nel 1687 realizza una gigantesca carta della Catalogna, un'opera di quasi tre metri per oltre due, straordinariamente dettagliata.
Era talmente precisa dal punto di vista militare che il re di Spagna la ritenne troppo sensibile e decise di conservarla senza divulgarla. Oggi quella carta è considerata dagli studiosi catalani la prima rappresentazione realmente dettagliata e riconoscibile della Catalogna. Per loro possiede un valore identitario paragonabile a quello che può avere, per noi, una delle prime rappresentazioni della Lombardia. Questa scoperta dimostra come il fondo della Bertarelli possa contribuire a ricerche che superano ampiamente il contesto locale e nazionale.

Le scoperte raccontate fin qui non sono il risultato dello sguardo di un solo ricercatore. Dietro ogni nuova connessione c'è un dialogo continuo tra competenze diverse, che permette di leggere le stesse carte da prospettive differenti.

Il progetto coinvolge professionalità molto diverse. Quanto è importante la multidisciplinarità?

Jessica Gritti
È fondamentale. Io sono una storica dell'architettura con una formazione iniziale in Lettere. Ho svolto il dottorato allo IUAV di Venezia, combinando competenze umanistiche e storico-architettoniche.
Claudia Giorgi è dottore di ricerca allo IUAV e ha una formazione simile alla mia.
Lorenzo Mascheretti è invece uno storico dell'arte moderna e porta nel gruppo competenze che noi possediamo in misura minore, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti artistici delle carte.
Spesso, infatti, questi oggetti coinvolgono anche pittori e artisti. Noi stiamo lavorando soprattutto su materiali a stampa, ma esistono carte dipinte che richiedono competenze specifiche di storia dell'arte.

Claudia Giorgi
Per me è stato particolarmente interessante lavorare su un materiale completamente nuovo. Mi sono occupata soprattutto degli aspetti metodologici della catalogazione e questo mi ha portato a pormi continuamente una domanda: per chi stiamo catalogando? 
Quando si costruisce una scheda bisogna chiedersi quali informazioni potranno essere utili ai futuri ricercatori e come renderle il più possibile accessibili e interrogabili. È stato un lavoro molto stimolante perché ha richiesto di riflettere non solo sui contenuti, ma anche sulle modalità con cui questi contenuti verranno utilizzati in futuro.

Lorenzo Mascheretti
Per me la novità principale è stata l'approccio alla cartografia dal punto di vista storico-artistico.
Mi sono interessato soprattutto agli apparati decorativi delle carte, agli elementi allegorici e alle figure che arricchiscono la rappresentazione del territorio.
Sono aspetti che spesso sfuggono a una prima osservazione, ma che coinvolgono talvolta artisti di primissimo livello e raccontano molto del contesto culturale in cui le carte sono state prodotte.

La ricerca, però, non si conclude con lo studio e la catalogazione. Una parte importante del progetto consiste proprio nel restituire questo patrimonio alla comunità, rendendolo accessibile anche a chi non frequenta abitualmente archivi e biblioteche.

Una parte importante del progetto riguarda la valorizzazione del fondo attraverso una mostra virtuale. Come è nata questa idea?

Jessica Gritti
La mostra virtuale è uno degli obiettivi previsti dal progetto finanziato dalla Scuola nazionale del patrimonio. Accanto alla catalogazione e allo studio scientifico volevamo costruire uno strumento capace di restituire al pubblico i risultati della ricerca e di raccontare la storia di questo fondo. Stiamo anche progettando un seminario aperto alla cittadinanza, che si terrà il prossimo 15 ottobre 2026 e che permetta di mostrare concretamente come si studiano le carte geografiche e come nasce una ricerca di questo tipo. L'idea è quella di esporre alcuni pezzi e raccontare la filiera della ricerca, dalle fonti ai risultati.

Lorenzo Mascheretti
La mostra virtuale parte dal materiale già digitalizzato ed è ospitata all'interno di una nuova sezione del sito dell'istituto. Abbiamo scelto di raccontare la nascita del fondo cartografico attraverso la figura di Achille Bertarelli e i suoi interessi per il viaggio, il turismo e la geografia. Ripercorreremo alcuni momenti fondamentali della storia della raccolta, dai congressi geografici dei primi del Novecento fino alle grandi esposizioni organizzate a Milano. L'ultima sezione della mostra è dedicata proprio a questo progetto e ai risultati ottenuti durante questi mesi di lavoro.

Una mostra virtuale può sostituire l'esperienza diretta delle opere?

Jessica Gritti
Assolutamente no. Le immagini digitali offrono opportunità straordinarie. Consentono ingrandimenti molto dettagliati, permettono di mettere in relazione materiali diversi e rendono accessibili contenuti che altrimenti sarebbero difficili da consultare. Tuttavia il digitale non può sostituire l'esperienza diretta dell'opera. Questi oggetti possiedono caratteristiche materiali che si colgono soltanto osservandoli dal vivo: la carta, le dimensioni, le tracce lasciate dall'uso, i segni delle collezioni che li hanno conservati. 
Per i ricercatori il contatto diretto con il materiale resta indispensabile.
La mostra virtuale non nasce quindi come alternativa alla fruizione fisica, ma come strumento complementare. Può avvicinare nuovi pubblici, creare percorsi di approfondimento e lasciare contenuti permanenti a disposizione della comunità scientifica e dei cittadini.

Dopo mesi trascorsi tra carte, cataloghi e confronti internazionali, viene spontaneo chiedersi quale sia l'eredità più importante lasciata da questa esperienza, non solo sul piano scientifico ma anche umano.

Che cosa vi augurate resti di questa esperienza?

Alessia Alberti
Lavoro alla Bertarelli da molti anni e questa esperienza mi ha fatto comprendere ancora meglio l'importanza che la sezione Carte geografiche ha avuto nella nascita stessa dell'istituzione.
Non avevamo mai avuto una collaborazione così continuativa con un'università. Avere i ricercatori qui, quotidianamente presenti, confrontarsi con loro e vedere nascere nuove prospettive di ricerca è stato estremamente stimolante. Inoltre il progetto ha aperto una dimensione internazionale che rappresenta perfettamente la vocazione originaria della Bertarelli.

Jessica Gritti
Credo che questo progetto non rappresenti un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Spero possa essere un passo rilevante nella collaborazione tra il Politecnico di Milano, la Civica Raccolta Bertarelli e, più in generale, le istituzioni culturali della città.
Sono profondamente convinta che il rapporto tra università e istituti di cultura sia fondamentale: i ricercatori possono offrire competenze e nuove prospettive di studio, ma senza gli istituti di cultura il nostro lavoro non sarebbe possibile, perché sono loro a custodire gli archivi, i documenti e le opere che costituiscono la materia stessa della ricerca. 
È una relazione che deve essere necessariamente reciproca e continuativa. Le competenze dell'università devono essere messe al servizio della società e le istituzioni culturali sono interlocutori imprescindibili per costruire questo dialogo. Se questa esperienza riuscirà a generare nuove ricerche, nuove collaborazioni e una maggiore consapevolezza del valore del nostro patrimonio culturale, avrà raggiunto pienamente il suo obiettivo.

Ringraziamo di cuore la prof.ssa Jessica Gritti, il suo gruppo di ricerca e la Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli” per la disponibilità e la passione con cui ci hanno accompagnato in questo viaggio. Entrare nella sezione Carte geografiche ha significato imparare a osservare una mappa con occhi diversi: dietro un cartiglio, un toponimo, un'incisione o un segno apparentemente marginale si nascondono storie, relazioni e percorsi di ricerca che non avremmo mai immaginato. 
È forse questa la lezione più preziosa che ci portiamo a casa: 
la ricerca ci insegna che le scoperte più sorprendenti nascono spesso dall'attenzione ai dettagli.

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