Costruire nell’equilibrio
Il progetto di MoDusArchitects nasce dall’incontro di due sguardi e dall’esercizio costante di tenere insieme tensioni solo apparentemente inconciliabili: paesaggio e infrastruttura, rigore costruttivo e libertà espressiva, memoria dei luoghi e trasformazione. Fondato da Sandy Attia e Matteo Scagnol, lo studio lavora su scale e programmi diversi, dalle scuole alle infrastrutture, interrogando il rapporto tra architettura, contesto e cambiamento climatico.
In occasione di MantovArchitettura 2026, Attia e Scagnol hanno portato alla Casa del Mantegna la lecture Counterpoint to Natural Events, dedicata alle architetture che rispondono alle trasformazioni e alle fragilità del territorio. Con loro abbiamo parlato di equilibrio, della lezione del paesaggio altoatesino e di un’architettura capace di coniugare necessità tecniche e dimensione poetica.
Matteo Scagnol e Sandy Attia a MANTOVARCHITETTURA 2026
Guardando i vostri progetti, mi ha colpito una cosa; sembrano sempre stare in equilibrio tra condizioni opposte: infrastrutture e paesaggio, massa e leggerezza, memoria ed astrazione. Rifletto se questa tensione sia qualcosa che emerge naturalmente dal processo oppure se sia proprio una posizione progettuale consapevole?
Matteo Scagnol: Questo gioco di opposizioni, o di dualità, nasce da una considerazione molto semplice: noi architetti agiamo come esseri umani, e nell’essere umano esiste già una duplice natura. Se dovessi fare un riferimento alto, penserei a Nietzsche, alla distinzione tra dionisiaco e apollineo, che sta alla base del comportamento umano: da una parte l’elemento irrazionale, fuori dalle righe; dall’altra quello razionale, controllato, misurato. Queste due componenti determinano la personalità di ciascuno di noi, perché ognuno stabilisce un equilibrio diverso tra i due opposti che lo costituiscono.
Di conseguenza, anche nel costruire e nell’agire sulla realtà, noi architetti ci muoviamo all’interno di questa tensione.
Oggi, in un’epoca fortemente segnata dal digitale, il tema dell’equilibrio è ancora più importante.
Da una parte esistono esigenze molto razionali: l’edificio deve funzionare, deve stare in piedi, deve essere economicamente sostenibile e manutenibile. Tutti aspetti che appartengono alla dimensione tecnica e astratta del costruire. Dall’altra parte, però, c’è la poesia: un elemento più difficile da definire, che nasce da volontà, caratteri e sensibilità individuali dell’architetto.
Credo che questa componente emerga molto nel nostro lavoro.
In fondo, ciò che fate nei progetti corrisponde anche a ciò che siete voi due.
Esiste un ulteriore elemento: siamo una coppia, marito e moglie, lavoriamo insieme e proveniamo da culture differenti. Probabilmente questa condizione ha costituito la piattaforma di base sulla quale, attraverso il confronto continuo, troviamo un equilibrio tra modi diversi di vedere le cose. In realtà le nostre visioni non sono così lontane, perché arriviamo quasi sempre allo stesso punto, come se fossimo la stessa persona. Tuttavia, la dualità resta fondamentale: avere non due mani, ma quattro mani nel progetto alimenta proprio questa dinamica di opposti, o forse di due facce della stessa realtà.
Quanto il contesto altoatesino ha influenzato il vostro modo di concepire il rapporto tra architettura, paesaggio ed infrastruttura? Avete un progetto che ha cambiato in voi il modo di vedere e pensare il suolo?
Sandy Attia: Sicuramente siamo cresciuti come architetti all’interno di un contesto molto formativo, non solo per la qualità della formazione e dei riferimenti professionali, ma anche per la condizione geografica e naturale in cui viviamo.
La dimensione dell’Alto Adige è relativamente piccola: città, paesi, infrastrutture e montagne convivono in strettissima prossimità. Questo obbliga inevitabilmente a mettere insieme aspetti che nella professione vengono spesso separati: il paesaggio, l’infrastruttura, l’architettura alpina.
In realtà, quando si lavora in questi territori, tutto diventa parte dello stesso progetto. Natura, luce, infrastruttura e montagna non possono essere considerati elementi autonomi. Questo intreccio ci ha dato la possibilità di lavorare in modo trasversale, su scale differenti: edifici relativamente di dimensioni contenute che però devono sempre confrontarsi e dialogare con la monumentalità del paesaggio alpino.
MS: Aggiungerei che, fin dal 2007-2009, siamo stati chiamati a lavorare su opere che non erano semplicemente edifici, ma infrastrutture: strade, skatepark, sistemi territoriali. Questo ci ha portato a vedere l’architettura non tanto come stile o forma pura, ma come parte di una trasformazione più ampia del territorio.
È lì che il tema del climate change è diventato concreto.
Pensiamo all’Autobrennero, l’autostrada A22: un asse europeo attraversato da colonne continue di mezzi pesanti. In Austria, per esempio, il traffico pesante viene regolato o bloccato proprio per le conseguenze ambientali che produce. Noi, come architetti, non possiamo modificare questi sistemi globali, ma possiamo intervenire su singoli elementi, una galleria, una barriera acustica; e soprattutto comprendere il valore delle trasformazioni territoriali.
Vivendo in Alto Adige, dove il paesaggio naturale è ancora molto evidente, ogni trasformazione appare immediatamente leggibile: l’autostrada, la fabbrica, la circonvallazione entrano in contrasto diretto con montagne e vallate ancora intatte.
Un caso emblematico è il progetto del Rifugio Europa, esposto alla mostra “Climate Change Architecture / Actions” di MANTOVARCHITETTURA alla Casa del Mantegna. Costruendo in alta quota ci siamo confrontati direttamente con gli effetti del cambiamento climatico, per esempio lo scioglimento del permafrost sta modificando radicalmente la struttura della montagna.
Per costruire oggi in questi luoghi montani bisogna trivellare fino a trenta metri per raggiungere la roccia stabile, bypassando quindi gli strati ormai resi instabili dal disgelo. Non si tratta soltanto di un problema strutturale perché la scomparsa del permafrost riduce anche le sorgenti d’acqua in alta quota. Per esempio, molti rifugi sono costretti a chiudere già ad agosto per scarsità idrica, di conseguenza, il tema centrale non è più soltanto l’autosufficienza energetica, ma soprattutto la gestione dell’acqua.
Nel progetto del Rifugio Europa abbiamo realizzato una grande copertura pensata per raccogliere integralmente l’acqua piovana e convogliarla in una cisterna da 30.000 litri, l’acqua viene poi trattata e resa potabile. Questo comporta anche una riflessione sui materiali: per evitare contaminazioni, tutte le superfici devono essere costruite con materiali ad altissima qualità, come l’acciaio inox Uginox®. Costruire in alta montagna oggi significa quasi realizzare un laboratorio tecnico, oltre ad affrontare enormi costi logistici.
In alcune vostre descrizioni ritorna l’idea del “contrappunto” rispetto agli eventi naturali o territoriali. Mi sembra interessante perché suggerisce una relazione che non è né di resistenza, né di semplice adattamento al contesto. Come lavorate su questo equilibrio tra autonomia dell’architettura ed ascolto del luogo?
SA: Come in tutte le discipline, anche l’architettura possiede regole, strumenti e modalità operative proprie. Dall’altra parte esiste il luogo, con le sue caratteristiche specifiche. Non si può lavorare esclusivamente su uno dei due livelli. Allo stesso tempo, però, non si può chiedere all’architettura di limitarsi a “rispondere” al contesto, perché così si svuoterebbe il contenuto stesso della disciplina architettonica. È necessario che entrambe le dimensioni entrino in gioco. A volte sviluppiamo idee nate in altri progetti e le trasferiamo in contesti apparentemente lontani da quelle origini. Questo potrebbe sembrare un gesto decontestualizzato, ma in realtà permette di verificare come una figura tettonica o uno spazio reagiscano a nuove condizioni. È un processo molto libero.
Per voi il contesto non coincide soltanto con gli elementi fisici.
MS: La parola stessa “contesto” significa “con il testo”: il testo di un luogo è fatto di relazioni, pratiche, clima, abitudini, memorie. Per esempio, nel progetto della scuola di Villa Santina, in Carnia, il contesto costruito era estremamente povero: edifici ricostruiti dopo il terremoto, coperture in lamiera, nessuna qualità architettonica evidente. Tuttavia, ci siamo accorti di un elemento fondamentale: il clima. È uno dei luoghi più piovosi d’Italia. Da qui è nata l’idea di una scuola centrata sul tema della protezione: grandi logge, coperture sporgenti, spazi collettivi riparati. Abbiamo ripreso il modello della basilica civile e della stoà, cioè dello spazio pubblico coperto come luogo di incontro e relazione. In questo caso il contesto non era la forma degli edifici esistenti, ma una condizione climatica e sociale.
È importante capire che dentro queste dualità esistono moltissime sfumature.
SA: Non c’è mai una regola fissa. Quando si è giovani si cerca spesso un linguaggio stabile, ma credo che la libertà sia invece ciò che permette di continuare a esplorare.
Anche rispetto al tema della sostenibilità, inizialmente guardavamo a certe retoriche “green” con una certa distanza critica. Molto spesso il tema ecologico viene ridotto a un’immagine superficiale: la facciata verde, il linguaggio sostenibile come branding. Allo stesso tempo, però, costruendo tanto, abbiamo iniziato a percepire concretamente il peso delle trasformazioni territoriali e ambientali. Ci siamo resi conto che non possiamo sottrarci a questa responsabilità.
Quando andiamo al Cairo, ad esempio, il confronto è inevitabile: noi discutiamo di dettagli energetici sofisticati, mentre lì esistono livelli enormi di cementificazione e consumo energetico. Tuttavia, il cambiamento deve riguardare tutti. Anche grandi potenze come la Cina stanno investendo massicciamente nelle energie rinnovabili. Per noi la sfida è affrontare questi temi senza ridurre l’architettura a una semplice soluzione tecnica o tecnologica.
Quando parlate di “contesto”, intendete di più la geografia fissa o la dimensione culturale e sociale?
SA: Entrambe. Il clima, la natura, la forma dell’insediamento entrano sempre nel progetto. Ma esistono anche contesti culturali molto precisi: ad esempio il progetto di una scuola porta con sé un immaginario e una struttura sociale specifici, indipendentemente dal luogo in cui viene costruita.
MS: Il contesto è anche la committenza. Lo abbiamo capito molto bene nel concorso per Ferrari, dove siamo arrivati secondi. Avevamo progettato un edificio molto puro, basato sul rapporto tra legno e acciaio, pensando alla precisione tecnica e all’efficienza produttiva. Ma non avevamo compreso fino in fondo il contesto simbolico della committenza Ferrari, che non cercava soltanto un edificio funzionale ma un’architettura capace di rappresentare il brand. Questa dimensione è sempre esistita nella storia dell’architettura. Palladio, ad esempio, a Venezia veniva percepito come portatore di un linguaggio “romano”, diverso dalla sensibilità veneziana incarnata da Sansovino.
Il contesto, quindi, è uno spettro molto ampio: comprende il luogo fisico, ma anche le aspettative culturali, sociali ed economiche che gravitano intorno all’architettura.
La vostra pratica sembra muoversi continuamente tra teoria e progetto. Si percepisce questa forte componente teorica ma molto concreta. Voi insegnate a Princeton. Quanto l’esperienza accademica, anche così internazionale, influenza il modo in cui affrontate il lavoro dello studio?
SA: Per noi l’insegnamento rappresenta soprattutto uno spazio di ricerca, è il luogo in cui affrontare temi che spesso, nella pratica professionale, non abbiamo la possibilità di sviluppare.
Per esempio, abbiamo lavorato sul tema della serra, che ci interessava da tempo, ma che non avevamo mai affrontato concretamente nello studio. In altri casi abbiamo studiato il rapporto tra data center, energia e paesaggio alpino. L’università ci permette di esplorare territori sconosciuti insieme agli studenti. Più che trasmettere uno stile, cerchiamo di condividere un processo di scoperta.
MS: Un esempio interessante è stato il lavoro sui data center legati al CERN. Ci siamo confrontati con il tema dell’enorme consumo energetico e con le questioni geopolitiche legate alla gestione dei dati. Parallelamente abbiamo lavorato anche sul tema degli archivi dei materiali e degli scarti tecnologici prodotti dalla ricerca scientifica. Per noi l’insegnamento è sempre una sfida personale: affrontare cose che non conosciamo ancora e costruire insieme agli studenti un percorso di ricerca.
Oggi spesso il materiale viene associato automaticamente a una idea di autenticità, una sorta di branding. Nei vostri progetti, il riferimento alla tradizione alpina non appare mai nostalgica o letterale, ma viene quasi astratto attraverso materia, geometria e costruzione. Penso soprattutto ai vostri lavori in alta quota, dove elementi come il legno o la relazione con il paesaggio potrebbero trasformarsi in un linguaggio stereotipato o in una sorta di alibi culturale. Come lavorate sulla memoria e sulla materia, evitando una lettura semplicemente vernacolare del contesto?
SA: Quando ho terminato gli studi ad Harvard ho sviluppato una ricerca intitolata “Monolithic Monomaterial Architecture”, dedicata ad architetture costruite quasi interamente attraverso un unico materiale. Mi interessava capire come l’uso ossessivo e coerente di una sola materia potesse generare spazi estremamente intensi, poetici e credibili. Per me il tema non era tanto l’autenticità del materiale o il suo legame con il luogo, quanto la sua capacità espressiva e costruttiva.
Non esiste un materiale “giusto” in senso assoluto. Non sono il legno, il mattone o la pietra a essere autentici di per sé, conta piuttosto la capacità di un materiale di generare regole, spazialità e possibilità architettoniche.
MS: Io ho sempre avuto una posizione critica rispetto a certe forme di adesione rassicurante alla tradizione. Quando l’architettura si limita ad adeguarsi a un’immagine condivisa del vernacolare, spesso produce una sorta di comfort culturale che evita il conflitto e la contraddizione.
Noi cerchiamo invece di reagire a questa tendenza. Non per spirito di avanguardia, ma perché crediamo che l’architettura non debba mai accontentarsi di una risposta troppo facile o rassicurante. Nel progetto della Casa Kostner, ad esempio, siamo partiti da elementi della tradizione alpina, ma li abbiamo portati verso un’espressività quasi straniante.
SA: Mi viene in mente anche un libro sul vernacolare che lessi durante gli studi: la cosa interessante era che quelle architetture risultavano autentiche proprio perché nate senza intenzione estetica o nostalgica. Erano costruzioni necessarie, spontanee, prive di retorica. Oggi invece il rischio è che il richiamo ai materiali tradizionali e all’autenticità diventi esso stesso una formula estetica, fino a produrre una sorta di saturazione culturale.