Chi immaginiamo quando pensiamo agli scienziati?
Quando chiediamo di immaginare “uno scienziato”, nella mente di molti compare ancora una figura precisa: un uomo, spesso in camice bianco, associato al laboratorio, al genio, alle scienze dure. È un'immagine familiare, quasi automatica, ma tutt'altro che neutra. Perché dagli stereotipi non dipende solo il modo in cui raccontiamo la scienza: dipende anche il prestigio che attribuiamo a chi la fa, la credibilità che concediamo alle voci scientifiche, lo spazio che riconosciamo alle donne nei luoghi della conoscenza.
Su questo lavora Omar Mazzucchelli, ricercatore del Politecnico di Milano. Nei suoi studi ha analizzato prima come si sia formato e consolidato lo stereotipo dello scienziato, poi come questo immaginario si traduca in differenze di status sociale tra scienziati e scienziate. Ne emerge un quadro che parla di genere, ma anche, più in profondità, del rapporto tra scienza e società, di autorevolezza, di fiducia pubblica, dei modelli culturali che continuano a orientare il nostro sguardo.
Qual è stata la domanda di partenza che ti ha spinto a lavorare su questo tema?
Durante il dottorato, con Cristina Rossi-Lamastra, abbiamo iniziato a studiare il rapporto tra società e scienza, in particolare il modo in cui gli stereotipi, soprattutto quelli di genere, influenzano la percezione pubblica di scienziati e scienziate. Da lì è nato un percorso in due tappe: prima una rassegna della letteratura, poi un approccio sperimentale. L’idea era non fermarsi alle correlazioni, ma capire se il genere, come fatto sociale, produca un effetto causale su come vengono percepite le persone che fanno ricerca.
Omar Mazzucchelli
Nei tuoi lavori mostri che l'immagine dello scienziato resta ancora fortemente segnata da stereotipi di genere. Perché facciamo ancora così fatica a immaginare la scienza fuori da un modello maschile?
Perché, da quello che abbiamo osservato, il genere continua a occupare una posizione centrale nella rappresentazione sociale dello scienziato.
Nella nostra scoping review abbiamo analizzato gli studi pubblicati sulle riviste del primo quartile di Scimago dal 1957 al 2024 e ci siamo chiesti quali tratti fossero più stabili e quali più periferici nell’immaginario collettivo.
Il risultato è che il nucleo duro dello stereotipo cambia pochissimo: lo scienziato continua a essere immaginato come un uomo, come un genio e come qualcuno che lavora soprattutto nelle scienze fisiche e naturali. È questo il cuore dell'immagine che resiste. Le caratteristiche periferiche possono mutare nel tempo, ma la struttura di fondo resta sorprendentemente stabile.
Che cosa significa, in concreto, parlare di status sociale di scienziati e scienziate?
Nel nostro lavoro lo status sociale è il riconoscimento che la società attribuisce a un gruppo. Non è soltanto una percezione individuale: è un fatto sociale, costruito collettivamente. Noi lo abbiamo misurato su tre dimensioni: prestigio, successo economico e impatto sociale. In altre parole, volevamo capire non solo come viene immaginato uno scienziato, ma anche quanto valore, autorevolezza e legittimazione gli vengano attribuiti.
E che cosa emerge quando si passa dallo stereotipo al riconoscimento concreto?
Nel secondo studio abbiamo lavorato su un campione di 773 partecipanti in Italia. A ciascuno veniva presentata la descrizione di un gruppo fittizio di scienziati o scienziate, in diverse aree di ricerca, e poi abbiamo misurato lo status attribuito a quelle figure con strumenti psicometrici validati.
Quello che emerge è molto chiaro: alle scienziate vengono attribuiti livelli di status inferiori rispetto agli scienziati uomini. Il punto interessante è che questo non dipende solo dal genere della figura osservata, ma anche dal contesto in cui il giudizio prende forma.
Quanto conta il contesto?
Conta molto. Quando abbiamo incrociato il genere della figura presentata con il genere dei partecipanti e con l’area di residenza, abbiamo osservato che le donne del Nord Italia tendono ad attribuire alle scienziate livelli di status più alti rispetto a quanto facciano le donne del Sud. È un dato coerente con il fatto che nel Nord esistono, in media, livelli più alti di uguaglianza di genere e politiche più consolidate su questi temi.
Ma questo risultato ci mette anche in guardia da un rischio: quello della compiacenza. Se il gap appare meno visibile, si può essere tentati di pensare che il problema sia risolto. In realtà non è così. Basta guardare alla carriera accademica: a livello di dottorato il divario si riduce molto, ma salendo verso le posizioni apicali la presenza femminile cala ancora in modo netto.
Quindi lo stereotipo non resta confinato all’immaginario: incide anche sulla vita reale di chi fa ricerca?
Sì, ed è qui che lo stereotipo diventa struttura. Una percezione sociale non si traduce automaticamente, dall’oggi al domani, in stipendi o carriere, ma orienta il contesto in cui quelle carriere si sviluppano.
La letteratura ci mostra, per esempio, che le donne tendono a essere meno presenti nel rapporto tra università e industria e che dentro le università vengono spesso caricate di più compiti amministrativi, organizzativi o di supporto a studenti e studentesse. Sono attività importanti, ma pesano meno nella valutazione della carriera scientifica rispetto alla produzione di ricerca.
A questo si aggiunge il fatto che gli stereotipi incidono anche sulle aspettative, per esempio nella negoziazione salariale. Per questo è difficile trovare un rapporto lineare e immediato tra percezione e risultati materiali, ma è chiaro che l’effetto sistemico esiste.
C’entra anche la cosiddetta leaky pipeline?
Molto. La leaky pipeline è proprio il processo attraverso cui, nel tempo, si perdono talenti femminili lungo il percorso formativo e professionale.
Le bambine vengono esposte molto presto a stereotipi che associano i maschi all’azione, alla scienza, e le femmine alla cura, alla bellezza, al perfezionismo. Questi messaggi vengono interiorizzati e diventano parte dell’identità. Per questo, crescendo, molte ragazze finiscono per non percepire alcuni ambiti come spazi possibili per sé. È un processo graduale, goccia dopo goccia, che fa perdere talenti già molto prima dell’università. Nei settori fisici e ingegneristici questo si vede in modo molto netto. Anche i libri di scuola e l’immaginario visivo contano: lo scienziato resta spesso rappresentato come un uomo con il camice, quasi una variante di Einstein, saggio, anziano e inevitabilmente maschile.
Che cosa ci raccontano queste ricerche, più in generale, sul rapporto tra scienza e società?
Ci dicono che l’autorevolezza scientifica non viene riconosciuta nel vuoto. Gli stereotipi di genere erodono l’autorevolezza percepita delle scienziate, ma il discorso si allarga anche alla fiducia nella scienza come istituzione.
La letteratura sulla fiducia ci mostra che non basta fornire informazioni corrette perché le persone si fidino di un fatto scientifico. Spesso interviene quello che chiamiamo ragionamento motivato: si parte da un’idea del mondo già formata e poi si selezionano le informazioni che la confermano. Succede con i vaccini, succede con il cambiamento climatico. Se qualcuno percepisce gli scienziati come parte di un’élite o addirittura di un complotto, l’informazione da sola non basta.
C’è poi anche il tema della sotto-rappresentazione femminile in alcuni studi scientifici, come i trial clinici: quando un gruppo si sente poco rappresentato nella produzione della conoscenza, anche il rapporto di fiducia può indebolirsi.
La figura femminile nella scienza: immagini e stereotipi (immagine generata con l'IA)
Su questo stai lavorando anche in una direzione nuova, legata al rapporto tra sessismo e fiducia nella scienza. Che cosa state osservando?
Stiamo studiando, con la collega Mariana Kitsa, che mi ha ospitato come visiting professor presso l’Università Nazionale Politecnica di Lviv (Ucraina), una frontiera che trovo molto interessante: il legame tra atteggiamenti sessisti e sfiducia nella scienza. Nei dati che stiamo analizzando su sette Paesi emerge che le persone che credono con più forza in ruoli di genere rigidi, soprattutto a svantaggio delle donne, tendono anche a fidarsi meno della scienza in generale.
La nostra ipotesi è che, negli ultimi anni, la scienza sia stata percepita non solo come un’autorità epistemica, ma come un attore normativo che suggerisce implicitamente come le persone dovrebbero pensare e comportarsi. Nella misura in cui viene associata ad agende più ampie di cambiamento sociale, come la promozione dell’uguaglianza di genere, la scienza può essere percepita come una sfida alle gerarchie e ai privilegi esistenti. I nostri dati preliminari ci dicono che le persone motivate a difendere lo status quo, che considerano dunque giuste e giustificabili le disuguaglianze di genere, tenderebbero a rispondere in modo difensivo alla dimensione normativa della scienza, il che si tradurrebbe in livelli più bassi di fiducia. È una ricerca ancora in corso, ma apre un fronte molto importante.
C’è un divario tra un discorso pubblico che oggi si dice più inclusivo e stereotipi profondi che continuano a operare sotto traccia?
Sì, e dobbiamo partire da un dato di realtà: siamo tutti figli e figlie di una cultura patriarcale. Questo non significa sminuire il valore dei compiti di cura, ma riconoscere che alle donne, storicamente, è stato attribuito uno spazio di scelta più ristretto. Oggi la parità di genere è spesso riconosciuta come un obiettivo desiderabile a parole, però le azioni necessarie per raggiungerla non sempre vengono implementate. Anche perché chi gode di un privilegio tende a rinunciarvi con difficoltà.
Poi c’è la teoria della giustificazione del sistema: perfino chi subisce le disuguaglianze può finire per legittimarle, per ridurre l’ansia sociale e continuare a credere in un mondo giusto. È anche per questo che il divario tra discorso pubblico e strutture profonde resta così tenace.
Che cosa dovrebbe cambiare, allora, per scardinare davvero questi meccanismi?
Non esiste una soluzione unica.
Servono politiche mainstream, dalle quote alla formazione nei luoghi di lavoro, ma serve soprattutto un investimento educativo molto forte, a partire dalla scuola primaria fino all’università. L’uguaglianza di genere deve essere presentata come qualcosa di desiderabile e centrale, non come un tema accessorio. Bisogna lavorare sui libri di testo, sui modelli culturali, sulle pratiche quotidiane.
Il Politecnico di Milano, per esempio, negli ultimi anni ha fatto passi avanti importanti, anche con iniziative rivolte alle ragazze nei percorsi STEM. Ma molto lavoro va ancora fatto, soprattutto nelle età in cui gli stereotipi si sedimentano.
Quanto conta, in questo, il modo in cui comunichiamo la scienza?
Conta moltissimo. C’è un tema che in psicologia sociale viene chiamato lack of fit: le donne scienziate vengono percepite come contro-stereotipiche, come figure che non corrispondono all’immagine attesa. Lo si vede anche negli studi in cui ai bambini viene chiesto di disegnare uno scienziato: per decenni hanno disegnato quasi sempre un uomo, anche quando la domanda era formulata in inglese e senza marcatori di genere.
Il rischio, nella comunicazione, è celebrare le scienziate come eccezioni. È giusto valorizzarne l’eccellenza, ma se le raccontiamo solo come casi straordinari rischiamo di rafforzare l’idea che non rappresentino la normalità. Per questo i role model sono importanti: far raccontare la ricerca alle scienziate, renderle visibili nei luoghi in cui si produce conoscenza, mostrare che la competenza non ha genere. Anche il fatto che il Politecnico abbia una rettrice ha un valore simbolico molto forte.
Se dovessi indicare un equivoco da smontare subito sul tema genere e scienza, quale sceglieresti?
Quello che continua a rappresentare le donne come figure di supporto a un dominus maschile. Lo vediamo spesso nei film e, più in generale, nei media: anche quando compare una donna scienziata, è spesso raccontata come assistente, aiutante, presenza laterale.
In questo senso un film come Don’t Look Up è interessante, perché mostra bene il rapporto tra scienza, società e politica, ma nello stesso tempo rischia di riprodurre proprio questo schema. Da un lato, il film ci ricorda l’importanza di prendere decisioni politiche scientificamente informate, e sottolinea il rischio che corriamo come umanità quando queste non vengono prese poiché impopolari. Dall’altro, però, ripropone una configurazione gerarchica tradizionale: lo scienziato uomo, interpretato da Leonardo DiCaprio, assume il ruolo di dominus e di principale voce autorevole, mentre la scienziata donna, interpretata da Jennifer Lawrence, pur emergendo come il personaggio più competente lungo l’intera narrazione, viene relegata a una posizione subordinata, di assistenza. Tale rappresentazione riflette e, al contempo, rinforza schemi di status e genere che sono centrali anche per comprendere come la scienza venga percepita nello spazio pubblico.
Se la rappresentazione mediatica fosse più equa, anche l’immaginario collettivo potrebbe cambiare più rapidamente.
Che cosa speri che questi studi producano, dentro e fuori l’accademia?
La speranza è che producano conoscenza utile, non solo tra gli studiosi ma anche tra chi prende decisioni. Noi cerchiamo di fare dissemination nelle conferenze scientifiche, ma anche di portare questi risultati in contesti di divulgazione e confronto con i policy maker. È già successo in iniziative pubbliche dedicate ai temi della violenza di genere e delle disuguaglianze.
Naturalmente la politica non prende decisioni leggendo un paper e basta, perché intervengono molti altri processi. Però questi studi possono contribuire a creare consapevolezza, a influenzare i sistemi tecnici, a rendere più visibile un fenomeno che troppo spesso resta implicito. Il primo passo, in fondo, è fare in modo che tutti sappiano che questo problema esiste e produce effetti reali.
C’è un libro che consiglieresti a chi vuole avvicinarsi a questi temi?
Un riferimento utile è il saggio Framed by Gender, scritto da Cecilia Ridgeway nel 2011. Non è un libro specifico su scienziati e scienziate, ma mostra molto bene come i fatti sociali vengano incorniciati attraverso il genere. È un testo accessibile, scritto con grande chiarezza, e resta ancora oggi una buona porta d’ingresso per capire perché le dinamiche di genere siano così importanti per leggere la società.
Il punto, allora, non è solo correggere una rappresentazione ingiusta. È capire che l'autorevolezza scientifica non nasce in laboratorio e basta: si costruisce anche nello spazio pubblico, nei libri, nei media, nelle aule, nei modelli che offriamo a chi cresce. E se continuiamo a immaginare la scienza come un territorio naturalmente maschile, il rischio è di rendere meno visibili, e meno riconoscibili, molte delle persone che la fanno.
Cambiare immaginario non è un esercizio cosmetico. È un pezzo del lavoro necessario per rendere la scienza più aperta, più credibile e più giusta.