
Con l’ingresso dello scialpinismo nel programma olimpico di Milano–Cortina 2026, una disciplina nata in montagna si trasforma in uno sport ad altissima intensità, misurabile al secondo e al grammo. Al Politecnico di Milano, nel laboratorio Human Performance – E4Sport del Polo di Lecco, ingegneri e ricercatori studiano il gesto atletico, la respirazione, i parametri vitali e l’interazione tra atleta, attrezzatura e ambiente. Dai test sul campo alle misure metaboliche, l’obiettivo è comprendere come ottimizzare la performance senza snaturare l’individualità dell’atleta, creando un ponte tra ricerca, allenamento e sviluppo dello scialpinismo olimpico.
In occasione dell’evento Winter Sports tech abbiamo incontrato il prof. Carlo Gorla che da docente e appassionato di sci alpinismo ci ha raccontato il lavoro di ricerca che stanno svolgendo per aiutare i giovani atleti a migliorare la loro prestazione.
Professore, può raccontarci di cosa si occupa al Politecnico di Milano e qual è il focus delle ricerche che conduce nel laboratorio di Human Performance – E4Sport del Polo di Lecco?
Sono docente al Politecnico di Milano e svolgo la mia attività di ricerca e didattica presso il dipartimento di Meccanica. Lo Human Performance Lab si occupa dello studio del movimento umano e della biomeccanica applicata allo sport, alla prevenzione degli infortuni e alla riabilitazione. La nostra ricerca riguarda l’analisi della performance di atleti, soggetti sani e persone con disabilità, con l’obiettivo di ottimizzare l’interazione tra individuo, attrezzature e ambiente. Utilizziamo tecnologie avanzate per la misura del movimento, la valutazione funzionale e lo sviluppo di soluzioni innovative, anche in collaborazione con l’industria. Il laboratorio rappresenta così un punto di incontro tra ricerca accademica, applicazioni sportive e inclusione e io coordino le attività del laboratorio per quanto riguarda lo scialpinismo.
Quanti siete?
Sotto la supervisione del prof. Marco Tarabini, l’attività coinvolge la professoressa Manuela Galli, che si occupa delle misure metaboliche e biomeccaniche sugli atleti, e il professor Diego Scaccabarozzi, che è responsabile delle misure meccaniche e della sensorizzazione delle attrezzature. La mole di lavoro sin qui svolta, in laboratorio, ma anche e soprattutto sul campo, è stata possibile grazie al contributo di ricercatori, dottorandi e tesisti e in particolare di Lucia Donno, Carlalberto Francia, Filippo Motta, Greta Baronchelli e Mattia Villa.
Partiamo dallo scialpinismo: è una disciplina relativamente giovane nel panorama olimpico e debutta proprio ora a Milano–Cortina 2026. Perché è diventata un oggetto di studio così interessante, anche dal punto di vista scientifico e ingegneristico?
Una motivazione chiave è proprio l’ingresso dello scialpinismo nel programma olimpico: questo accende l’attenzione generale — non solo degli addetti ai lavori. Dal punto di vista scientifico e ingegneristico, lo trovo interessante perché è uno sport ancora “giovane”: a differenza di sport come il ciclismo, che hanno già visto un grande intervento dell’ingegneria, nello scialpinismo ci sono ampi margini di miglioramento. Significa che possiamo fare ricerca dove si possono ottenere progressi rilevanti — ma è anche una sfida, perché tutti gli altri attori possono sfruttare gli stessi margini e crescere rapidamente. È importante non perdere il passo in questa fase.
Le specialità olimpiche sono due: lo sprint e la mixed relay, molto diverse dallo scialpinismo tradizionale in montagna. Sono gare di pochissimi minuti ad altissima intensità. In che modo questo cambiamento ha trasformato la tecnica di gara, la preparazione e i modelli di allenamento?
Sono tipi di gara relativamente nuovi e hanno poca storia rispetto alle competizioni lunghe in ambiente alpino. La sprint dura indicativamente 2’30”–3’ per i migliori atleti (gli uomini intorno ai 2’30”, le donne intorno ai 3’). La mixed relay è composta da frazioni brevi: per l’uomo tra i 7 e gli 8 minuti, per la donna un minuto in più circa. Queste durate sono molto inferiori rispetto alle gare “individual” che possono durare un’ora e mezza, o gare tipo il Trofeo Mezzalama che richiedono quattro-cinque ore.
La dinamica del gesto e la tecnica di progressione cambiano profondamente. Cambiano anche i metabolismi coinvolti: gare brevi molto intense fanno ricorso in misura maggiore a processi anaerobici e a un utilizzo diverso dei carboidrati rispetto a sforzi più lunghi che sfruttano maggiormente il metabolismo aerobico e il grasso come fonte energetica. Capire quali metabolismi migliorare con l’allenamento è dunque fondamentale, perché dipende dalla durata e dall’intensità della prova che si deve affrontare.
Cosa fa il vostro laboratorio per migliorare gli atleti? Raccogliete dati in laboratorio e sul campo: come li usate per intervenire sull’efficienza e sull’efficacia del gesto, soprattutto per le sprint?
Sia in laboratorio sia sul campo (su neve e su erba) eseguiamo test che arrivano anche a riprodurre un percorso di gara tipo sprint. In ogni fase del percorso raccogliamo dati metabolici, elettromiografici, misure di spinta degli arti inferiori e superiori, velocità di avanzamento, frequenza del passo, posizione del baricentro, tutto ciò che è misurabile. La prima cosa è analizzare e correlare questi dati.
Tuttavia non è banale stabilire «il gesto più efficiente»: le differenze spesso sono piccole e molto variabili da atleta ad atleta. Esiste una componente soggettiva di adattamento al gesto, quindi per capire cosa è oggettivo servono molti dati su più atleti e nel tempo. Il nostro obiettivo è distinguere ciò che è individuale da ciò che è generalizzabile e, quando possibile, trasferire indicazioni utili ad altri atleti attraverso il lavoro con tecnici e preparatori.

Avete già riscontrato miglioramenti misurabili negli atleti grazie al vostro lavoro?
Non mi sento di dire che i nostri dati da soli abbiano determinato miglioramenti macroscopici. Posso però affermare che abbiamo fornito informazioni importanti a tecnici e preparatori su come intervenire con l’allenamento. Eventuali progressi derivano dall’integrazione delle nostre analisi con gli interventi degli allenatori: è il lavoro congiunto che può portare benefici concreti.
Uno degli obiettivi è individuare la condotta di gara ottimale. Cosa significa concretamente?
Significa mettere insieme i dati emergenti per capire strategie e gestione della gara — ma va detto che ogni atleta è diverso. Anche fra i migliori si osservano esecuzioni differenti, con diversa incidenza dei tratti di corsa e quelli al passo, che in genere vengono alternati anche tenendo conto della variabilità della pendenza. Se esistesse una strategia “unica e vincente” dovremmo vedere che tutti gli atleti sul podio si comportano in modo identico, ma non è così. Dunque l’obiettivo è fornire conoscenze e strumenti che possano essere adattati alle caratteristiche individuali.
Intervenite anche sull’attrezzatura? Quanto conta la tecnologia addosso all’atleta — ad esempio il peso degli scarponi, i bastoncini sensorizzati, e così via?
Sì, cambiare la dinamica del gesto rende plausibile che anche le caratteristiche dell’attrezzo abbiano effetto sulle prestazioni. Al momento ci stiamo concentrando, ad esempio, sulla flessibilità degli sci o, in una prima fase, su accessori che ne modifichino il comportamento senza cambiare lo sci stesso. Stiamo raccogliendo dati per capire se modificare l’attrezzo può assecondare una dinamica più performante.
Un’altra questione importante è l’impatto degli strumenti di misura: aggiungere pesi o sensori può perturbare il movimento. Gli atleti percepiscono anche piccole variazioni — ancor più le atlete, per le quali proporzionalmente alcuni grammi hanno più incidenza perché di peso minore. Per questo stiamo lavorando sull’ottimizzazione della strumentazione di misura che sviluppiamo appositamente e per alcune rilevazioni ci stiamo orientando verso dispositivi wearable poco impattanti: è fondamentale eseguire misurazioni affidabili ma senza alterare il gesto dell’atleta.

Si osservano variazioni al crescere della velocità: in particolare, a velocità più elevate l’angolo di inclinazione aumenta, determinando una maggiore componente di forza nella direzione di avanzamento.
State coinvolgendo altre competenze nel gruppo di ricerca?
Sì, oltre agli ingegneri stiamo iniziando a coinvolgere i designer. Il contributo del design è importante per rendere i dispositivi più ergonomici e meno invasivi. Stiamo cercando competenze trasversali all’interno del Politecnico per integrare tecnologia, ingegneria e design. Il fatto che la ricerca si svolga in un Polo Territoriale come quello di Lecco, nel quale è facile incontrare nello stesso campus colleghi con competenze diverse, favorisce la multiplisciplinarietà che è indispensabile per una ricerca come questa.
Le vostre ricerche interessano soltanto l’élite o anche i giovani e gli amatori?
Il lavoro sull’élite spesso si trasferisce allo sport a livello amatoriale evoluto e non solo — lo abbiamo visto ad esempio nel ciclismo. Noi, però, crediamo soprattutto nel trasferimento verso i giovani e per questo motivo stiamo collaborando con le squadre giovanili del Comitato Regionale Alpi Centrali della FISI. Intervenire su organismi in fase di sviluppo facilita l’ottenimento di adattamenti significativi determinati dall’allenamento. Inoltre, lo sci alpinismo comprende un’ampia gamma di prestazioni (dalle gare di pochi minuti a quelle di molte ore): la profilazione è utile per capire se un atleta, per predisposizione genetica o caratteristiche metaboliche, è più orientato verso gare brevi o lunghe. Meglio incrementare una qualità già presente che cercare di svilupparne una per cui l’atleta non è predisposto.
Quali misure metaboliche usate per la profilazione?
Misuriamo indicatori aerobici e anaerobici. Un parametro aerobico importante è il VO₂max, il massimo consumo di ossigeno, che dà l’idea della “cilindrata” aerobica dell’atleta. si Il tasso di produzione del lattato (VLamax) è invece un indicatore delle prestazioni anaerobiche. Per quest’ultimo stiamo sviluppando protocolli e dispositivi, anche wearable specifici per lo scialpinismo, alternativi alle metodologie più invasive.

e zainetto che contiene il palmare del metabolimetro
Questi strumenti e queste analisi possono servire anche all’amatore?
Sì, a livelli diversi. Per l’amatore molte informazioni sono già disponibili dagli smartwatch ma si basano su modelli medi: non sono sufficientemente precise per un atleta di alto livello, ma sono utili per chi si allena saltuariamente. Per gli atleti di punta la personalizzazione è cruciale: prendere decisioni nutrizionali o di carico basandosi su dati medi non è sufficiente. L’esempio del ciclismo è calzante: nella gare lunghe, per un professionista si possono calcolare quanti grammi di carboidrati servono all’ora in relazione alla specifica prestazione (salita, trasferimento, etc) e sulla base di questo attuare una strategia di reintegro basata sul consumo effettivo; applicare gli stessi valori ad amatori che hanno prestazioni significativamente inferiori può invece addirittura rivelarsi controproducente.
Quale può essere il ruolo del Politecnico nello sviluppo dello scialpinismo olimpico e cosa racconta questo progetto sul rapporto tra ricerca e sport?
Guardando a Milano–Cortina 2026 dovremmo già pensare alle Olimpiadi del 2030 in Francia: la programmazione è fondamentale. Paesi come la Cina e gli Stati Uniti, che prima non davano grande importanza allo scialpinismo, hanno attivato programmi di crescita da quando la disciplina è diventata olimpica. Se federazioni con molte risorse investono, la crescita è rapida.
Lecco è un luogo ideale per sviluppare questa attività: è alle porta della Valtellina, che ha svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione dello scialpinismo competitivo moderno e delle sue attrezzature, è al centro delle Alpi, dispone di atleti, aziende e istituzioni che possono supportare la ricerca applicata allo sport. Il nostro ruolo non è quello di sostituirci ad allenatori e preparatori, ma di esserne interlocutori: integrare tecnologia e ingegneria con le competenze tecniche esistenti è fondamentale, soprattutto negli sport di endurance.
Potrebbe citare alcuni atleti con cui avete lavorato?
Abbiamo svolto test con molti atleti delle squadre giovanili del Comitato Regionale Alpi Centrali. Tra quelli che hanno partecipato ai nostri test ci sono però anche atleti cresciuti nel comitato che ora gareggiano come professionisti nei gruppi sportivi dei corpi militari dello Stato. Posso citare Giulia Murada, atleta del Centro Sportivo Esercito convocata per le Olimpiadi, Rocco Baldini, della stessa formazione, oro alle Olimpiadi giovanili di Losanna nello scialpinismo, e Katia Mascherona, atleta delle Fiamme Gialle.
Chi parteciperà alle Olimpiadi in rappresentanza dell’Italia?
Per gli uomini purtroppo avevamo la possibilità di convocare un solo atleta ed è stato scelto Michele Boscacci. La situazione era migliore per le donne, per le quali avevano invece una quota di due atlete: Giulia Murada è una specialista delle sprint ed ha dimostrato di essere una delle atlete più competitive in questo inizio di stagione, conquistando tre podi su tre gare di Coppa del Mondo. Alba de Silvestro è invece stata selezionata per la staffetta, insieme a Boscacci, ma gareggerà anche nella sprint, nella quale ha dato prova di poter ottenere risultati di rilievo Ovviamente la selezione ha criteri complessi e il numero di posti molto limitati di cui disponevano le singole nazioni per le Olimpiadi ci ha impedito di portare tutti gli atleti forti che avremmo voluto.
Ultima curiosità: ha detto che ogni tanto ha partecipato a gare amatoriali. Com’è confrontarsi con gli atleti d’élite?
È uno spunto interessante: visto il numero relativamente limitato dei praticanti lo scialpinismo da competizioni, può capitare che nelle gare open gli amatori possano confrontarsi con i professionisti. E’ sempre gratificante per un amatore poter gareggiare con i professionisti, anche se il confronto può rivelarsi impietoso. Immaginando una gara della “vertical”, con un dislivello in salita indicativo di 600 metri, il miglior interprete mondiale della specialità potrebbe concludere con un tempo intorno ai 18 minuti, distaccando di quasi un minuto i primi inseguitori: un divario enorme se rapportato alla durata della gara. La miglior specialista femminile potrebbe subire un distacco di circa tre minuti e si troverebbe in una zona della classifica nella quale compaiono ancora atleti maschi di alto livello. Scorrendo la classifica verso il basso inizieremmo a trovare le sue inseguitrici mischiate agli amatori più evoluti, con tempi intorno ai 24 minuti. Ancora più giù potremmo trovare anche qualche veterano ultrasessantenne, con un tempo di 30 minuti: il distacco è evidentemente abissale dal punto di vista agonistico, ma si tratta ancora di una prestazione sorprendente agli occhi di chi pratica lo scialpinismo turistico, anche se molto più giovane.