Entrare oggi nel Laboratorio Marco Garetti, al Dipartimento di Ingegneria Gestionale (DIG) del Politecnico di Milano, significa attraversare una soglia simbolica: quella che separa l’idea tradizionale di fabbrica da una visione in cui tecnologia, processi industriali e persone sono inseparabili. Dove un tempo c’era un bar, oggi c’è una fabbrica “in miniatura”, pensata non per produrre, ma per osservare, simulare, sperimentare. È qui che il professor Sergio Terzi, responsabile scientifico del Laboratorio, racconta una storia che parla di Industria 4.0, di Ergonomia Cognitiva, di robot collaborativi e, soprattutto, di esseri umani al centro del digitale.

Le origini
Il Laboratorio Marco Garetti non nasce da un progetto calato dall’alto, bensì da un’esigenza concreta di ricerca. «È una realtà che esiste già da un po’ di anni», racconta Terzi. «Prima questo spazio era un bar. Poi noi [il gruppo di ricerca noto come Manufacturing Group del DIG], l’abbiamo trasformato, un po’ alla volta, in un laboratorio, allora chiamato Industria 4.0 Lab». Nel momento in cui anche in Italia si iniziava a parlare di quarta rivoluzione industriale, abbiamo voluto creare un demo center, uno spazio dimostrativo in cui rendere visibili tecnologie che di norma restano invisibili, come i software per il controllo della produzione, la simulazione dei processi, la raccolta e l’analisi dei dati.
Il laboratorio viene pensato fin dall’inizio come una Teaching Factory: «È ed è tuttora, nel piccolo, una fabbrica», spiega Terzi, «usata non per produrre, ma come spazio di dimostrazione su cui fare simulazioni e applicare algoritmi in un contesto che assomiglia a quello reale».
Il nome non è casuale. Il Laboratorio è dedicato al prof. Marco Garetti, Professore Ordinario di Tecnologie Industriali, scomparso nel 2016 e figura fondativa del gruppo di ricerca. «Era il nostro professore, quello con cui cresci», ricorda Terzi. «Ha creato il nostro gruppo e ha sempre lavorato nel settore industriale, unendo informatica, automazione e processi produttivi. Per noi era importante che questo laboratorio portasse il suo nome».
La missione oggi
Negli ultimi anni il Laboratorio ha cambiato pelle. Il punto di svolta è l’incontro con il progetto di Dipartimento di Eccellenza 2023-27 “HumanTech – Humans and Technology” (finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca), al quale Terzi ha contribuito fin dall’inizio. L’idea di fondo è chiara: indagare il ruolo dell’essere umano nei sistemi digitali. Nel caso del Laboratorio Marco Garetti, questo significa considerare la fabbrica come un ecosistema in cui tecnologie avanzate e operatori convivono e interagiscono.
«Abbiamo combinato l’idea dell’Industria 4.0 con quella che, in termini scientifici, si chiama Ergonomia Cognitiva», spiega Terzi. Non solo automazione e software, quindi, ma anche attenzione allo stress, all’affaticamento, alla distrazione e al carico cognitivo degli esseri umani. Una fabbrica sempre più digitale richiede operatori sempre più coinvolti, e il laboratorio diventa il luogo in cui studiare questa relazione prima che venga portata in produzione.
Oggi il Laboratorio Marco Garetti è concepito come un asset dell’intero Dipartimento di Ingegneria Gestionale: «Vuole essere un Laboratorio per tutto il DIG», sottolinea Terzi, «una piattaforma comune per la ricerca pre-competitiva, sostenuta soprattutto da progetti collaborativi». I nuovi spazi del Laboratorio Marco Garetti sono stati inaugurati lo scorso settembre 2025. L’ex bar è stato completamente rinnovato e potenziato nelle attrezzature grazie al progetto HumanTech (MUR), al cofinanziamento del Partenariato Esteso MICS (Made In Italy Circolare e Sostenibile, Spoke 5), nonché al contributo dell’Ateneo, in attuazione di una visione strategica per il rinnovamento delle infrastrutture di ricerca.

Dentro il Laboratorio
Lo spazio è organizzato come una fabbrica modulare, composta da isole riconfigurabili. «È costruita in modo da rappresentare la produzione, l’assemblaggio, la movimentazione e la logistica», racconta Terzi. Tutto è pensato per simulare situazioni reali, senza i vincoli – e i rischi – della produzione industriale. Un ambiente in cui – ad esempio – testare algoritmi di manutenzione, controllo energetico, Digital Twin e sistemi di riconoscimento.
Ma la vera novità è la possibilità di osservare anche ciò che accade alle persone. Sensori indossabili, caschetti con elettrodi e bande per il monitoraggio dei parametri fisiologici consentono di studiare l’affaticamento fisico e lo stress cognitivo ed emotivo. «Andiamo a vedere che cosa c’è nella testa della persona», dice Terzi con semplicità, traducendo concetti complessi in un linguaggio diretto. Tutto questo avviene in un contesto controllato, prima di qualsiasi applicazione in fabbrica.
Progetti e ricerche
Nel Laboratorio Marco Garetti la ricerca prende forma attraverso sperimentazioni concrete, condotte nell’ambito dei Progetti Europei finanziati a cui il DIG partecipa. Tra questi, ad esempio, vi sono alcune sperimentazioni che coniugano il tema dell’economia circolare con l’elettronica industriale. A entrare nel dettaglio di questi progetti è Walter Quadrini, membro dello staff del Laboratorio, che accompagna la visita tra le postazioni e i dimostratori. Una delle sperimentazioni che presenta riguarda il recupero di componenti elettronici, in particolare del settore automotive. Un’attività che negli ultimi anni ha mostrato una rilevanza non solo ambientale, ma anche economica: «Si è scoperta una convenienza economica rispetto al recupero di alcuni componenti», spiega Quadrini, riferendosi alle schede elettroniche dismesse e al loro possibile riutilizzo, «dove il nodo più critico risulta il disassemblaggio, che per molte componenti complesse non può essere completamente automatizzato e continua a richiedere interventi manuali, con rischi significativi per gli operatori». È in questo contesto che si inserisce la sperimentazione sulla collaborazione uomo–robot. Quadrini sottolinea un punto chiave: «Nel momento in cui metti in mano al robot un dissaldatore a oltre 300 gradi, anche se si ferma quando tocca l’operatore, è troppo tardi». Da questa consapevolezza nasce l’integrazione di sistemi di visione artificiale capaci di anticipare le situazioni di pericolo e di fermare il robot prima che il rischio si trasformi in incidente, chiarendo bene il ruolo del Laboratorio come spazio di prova e di prevenzione.

Sfide e futuro
Il Laboratorio Marco Garetti resta, prima di tutto, un laboratorio di ricerca e sperimentazione. «Storicamente il 90% delle nostre attività è stato finanziato da progetti europei», spiega Terzi. Non è un laboratorio conto terzi, e difficilmente lo diventerà nel breve periodo. Le aziende mostrano interesse, ma restano comprensibilmente caute, soprattutto quando si parla di persone e dei relativi dati sensibili. La sfida è duplice: da un lato integrare tecnologie tipiche del mondo “medico” con i protocolli industriali; dall’altro affrontare le questioni etiche legate allo studio dell’essere umano sul lavoro. Ogni sperimentazione passa dal Comitato Etico, un passaggio ormai imprescindibile.
Guardando avanti, il Laboratorio si inserisce in una rete europea di Teaching & Learning Factory, segno di un crescente interesse per questi ambienti ibridi tra ricerca, formazione e industria. «In fabbrica non puoi permetterti errori», ricorda Terzi. È per questo che esistono luoghi come il Laboratorio Marco Garetti: spazi protetti in cui sbagliare, capire, migliorare.
Qui la Fabbrica del Futuro non è fatta solo di algoritmi e robot, ma di persone osservate, ascoltate, tutelate: il Laboratorio continua ad evolvere seguendo un percorso in cui il progresso industriale passa, inevitabilmente, dall’essere umano.