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Visione a sistema e social skills: l’ingegnere del domani secondo Lucia Conconi

Intervista a un'alumna politecnica d'eccezione

Lucia Conconi
Data di pubblicazione

Lucia Conconi è un’alumna del Politecnico di Milano: si è laureata in Ingegneria aerospaziale e lavora da oltre 20 anni di esperienza nel mondo delle corse automobilistiche ad alte prestazioni, di cui oltre 15 come responsabile tecnica in Formula 1 con team britannici quali Mercedes, Brawn GP e Renault. In qualità di responsabile delle prestazioni dei veicoli presso Sauber Motorsport Formula 1 ha guidato team multidisciplinari integrando dinamica dei veicoli, simulazione avanzata, modellazione, software, analisi dei dati e test avanzati sotto pressione in termini di tempo e prestazioni. Ora, consulente in materia di innovazione, ottimizzazione delle prestazioni e trasformazione organizzativa, condivide le sue conoscenze sulla gestione di complesse sfide tecniche multidisciplinari.

È stata ospite del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Aerospaziali lo scorso 7 novembre: ha parlato a studenti e ricercatori delle sfide nello sviluppo di sistemi complessi negli odierni ambienti ingegneristici in rapida evoluzione, e di quale approccio innovativo sia necessario per rispondere a queste sfide.

Dottoressa Conconi, ci racconti la sua carriera accademica e professionale.

Mi sono laureata in Ingegneria aerospaziale a indirizzo strutture qui al Politecnico di Milano. La mia tesi di laurea, seguita dal professor Vittorio Giavotto, è stata sulla sicurezza passiva delle vetture turismo. Da questo lavoro abbiamo estratto un articolo presentato alla SAE Motorsport Engineering Conference and Exhibition a Detroit.

Dopo la laurea in campo aerospaziale, ho lavorato alcuni anni in un centro di testing e engineering, il CSI di Bollate, in provincia di Milano, dove ho sviluppato competenze trasversali lavorando su progetti per diverse industrie, tra cui automotive, motorsport e aeronautica. Poi sono andata a lavorare in Audi Sport a Ingolstadt, in Germania, per seguire la mia passione per le auto da corsa e partecipare direttamente allo sviluppo. Lì ho lavorato ai progetti per Le Mans e per il DTM (il campionato tedesco per vetture turismo).

Sempre la passione mi ha portata in Formula Uno, dove ho iniziato in Inghilterra nel 2008, in Honda. Chi conosce il motorsport sa che il 2008 è stato un anno abbastanza turbolento per tutti i team,  e quell’anno la Honda si è ritirata dalla Formula 1. Il team ha proseguito come Brawn GP e abbiamo vinto il campionato: un anno interessante e formativo, che mi ha insegnato la resilienza e i meriti dell’attesa e della valutazione attenta, perché situazioni che sembrano inizialmente negative possono poi evolversi per il meglio.

Sono rimasta dieci anni in Inghilterra, e ho lavorato anche per Mercedes e poi per Renault a Enstone, occupandomi di dinamica del veicolo, performance e sospensioni. Nel 2019 mi hanno chiamata per dirigere il dipartimento di vehicle performance alla Sauber, anche conosciuta in quegli anni come Alfa Romeo F1 Team.

Diciamo che la Formula 1 mi ha tenuto per un bel po’ di tempo occupata, però dopo tanti anni ho deciso di applicare queste competenze con progetti in settori diversi. Questo, a mio parere, è un momento molto interessante: tante industrie stanno accelerando lo sviluppo, c’è tanta innovazione e ho notato che alcune metodologie e tecniche che io ho vissuto nella Formula 1 hanno elementi che possono essere applicati anche ad altri settori.

Per esempio?

Per esempio, adesso si parla molto di sviluppo agile, un mondo naturale per il motorsport, che durante la stagione vive cambiamenti anche radicali in termini di performance. Oggi vedo che anche altre industrie guardano sempre più a questo approccio organizzativo.

Per me nel motorsport ci sono sempre stati due aspetti, la parte di tecnologia e la parte umana, che sono paritarie. Nel nostro lavoro credo che ci sia una grossa influenza dell’organizzazione e della collaborazione: un team di Formula 1 è molto interconnesso, e se c’è collaborazione i risultati arrivano. Quando non c’è si vede anche nelle prestazioni.

Sono queste due esperienze, accelerazione dello sviluppo e influenza del fattore umano, che vuole portare fuori dal motorsport?

Sì. Io credo molto nell’imparare osservando come si comportano industrie diverse, perché ci sono metodi tipici di alcuni settori che si possono replicare, con punti di vista diversi. Non esiste una ricetta unica per risolvere un problema, quindi è interessante vedere come si possono prendere elementi da varie industrie e costruire un metodo nuovo.

Come applica nel suo lavoro questo approccio funzionale?

La visione a sistema è fondamentale in ambienti complessi e interconnessi, che in tanti settori stanno diventando la norma. Non basta però avere una visione globale, serve anche sapere gestire e bilanciare le varie discipline. Questo è importante non solo dal punto di vista tecnico, ma anche dal punto di vista dell’organizzazione intorno alle varie funzioni e dei team.

Quindi lei immagina una persona con competenze diverse e variegate che sia in grado di spaziare, oppure un team composto da persone con competenze settoriali?

Oggi abbiamo a che fare comunque con discipline molto specifiche: ci sono interi team che lavorano su una singola disciplina. Per esempio, in Formula 1 c’è una squadra per l’aerodinamica della macchina, una per il motore, una per le gomme, e via dicendo. Quindi è necessario avere persone che abbiano una conoscenza verticale approfondita, però è anche importante che ci siano delle figure con una competenza trasversale. La funzione del mio dipartimento è sempre stata quella di armonizzare le varie discipline, ma chi si occupa in un team di una materia specifica dovrebbe comunque essere in grado di capire come funziona l’organizzazione delle altre, per coordinare, aiutare la comunicazione e muoversi in maniera più agile e veloce.

Dalle sue parole emerge l’immagine di un ingegnere o ingegnera a cui viene chiesto molto di più rispetto al passato. È così?

Non so se viene chiesto loro di più, ma qualcosa di diverso indubbiamente sì. È vero, ci sono alcuni aspetti della tecnologia che hanno aiutato a rendere il nostro lavoro più semplice, più automatizzato. Ma come dicevamo i settori e le expertise sono sempre più interconnesse, e necessitano di una visione globale, e della capacità di comunicare con altre discipline. Non credo che possa più esistere la figura dell’ingegnere che lavora isolato, a eseguire sempre un certo tipo di calcolo: è necessario sviluppare competenze tecniche ma anche competenze umane e organizzative.

Io esorto sempre gli studenti e le studentesse a essere aperti a imparare, e sempre in un’ottica collaborativa, ricordandosi che la tecnica è sempre interfacciata con il talento delle persone. Vengo da un mondo costantemente alla ricerca delle nuove tecnologie, per integrarle il più possibile e sviluppare la performance. Ma questo vantaggio tecnologico non serve se non è integrato al talento delle persone.

Ma gli studenti dove possono cercare tutte queste competenze?

Fermo restando che la parte tecnica è già perfettamente fornita dai corsi universitari, purtroppo ci sono ancora pochi corsi sulle soft skills e la collaborazione. Per questo è importante essere sempre curiosi e aperti allo scambio.

Tra le competenze più importanti a mio parere ci sono l’apertura allo scambio con altre discipline, la capacità di analisi e di comunicare i dati, l’approccio critico e un mindset curioso. In questo senso il Politecnico è stato per me prezioso, perché mi ha aiutata a sviluppare anche questi talenti.

Questa visione a sistema è importante anche nella risoluzione delle crisi?

Sì, assolutamente: nei sistemi interconnessi è importante capire se c’è un’anomalia ed essere in grado di andare alla radice del problema. Mi è capitato molte volte che un problema inizialmente associato a una determinata area provenisse in realtà da un’altra. E questo è proprio il motivo per cui il pensiero critico è fondamentale. Direi che lo è soprattutto quando è necessario prendere decisioni molto rapide, ma ugualmente informate.

Qual è il suo approccio all’intelligenza artificiale? Usa qualche tool o strumento specifico?

Recentemente ho seguito dei corsi proprio sull’integrazione di vari strumenti AI all’interno di organizzazioni complesse. A me piace molto la definizione secondo cui l’intelligenza artificiale serve ad amplificare le capacità e l’intuizione umane.

C’è qualche docente o qualche corso in particolare dei suoi anni al Politecnico che ricorda con piacere?

Ne ricordo moltissimi! Da Strutture e materiali aerospaziali del professor Giavotto a Meccanica del volo, al corso di impianti o di aeroelasticità e molti altri. Sono stati esami estremamente formativi.

Non ho mai visto un forte contrasto tra la mia formazione aerospaziale e il motorsport, perché trovo che ci siano veramente molti elementi comuni. In Inghilterra è comune che ingegneri aerospaziali lavorino in Formula 1 e nel motorsport in genere. Anche alcuni approcci alla dinamica del veicolo sono derivati dalla meccanica del volo. Credo che la formazione ingegneristica che abbiamo ricevuto al Politecnico sia veramente ampia e versatile.

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