A Cristina Bombassei, Consigliere e Chief Legacy Officer di Brembo, una delle maggiori figure di spicco dell’imprenditoria italiana, è stata recentemente conferita la laurea magistrale honoris causa in Ingegneria Gestionale. È la prima donna a ricevere questo titolo onorifico in Ingegneria al Politecnico di Milano. Imprenditrice impegnata da anni nello sviluppo della strategia di sostenibilità della sua azienda e nell’implementazione di diverse iniziative in ambito sociale e ambientale, ha contribuito significativamente alla capacità del suo Gruppo di perseguire una crescita sostenibile nonostante le sfide globali e i profondi cambiamenti in atto nel settore automotive.

Cristina Bombassei ha ricoperto una serie di incarichi strategici in campi quali la comunicazione, l’internal audit e la governance, nei quali si è contraddistinta per abilità manageriale e capacità di impatto sul sistema Paese. La sua azione si è concretizzata anche in varie attività quali lo sviluppo sostenibile, la responsabilità sociale, il rapporto tra famiglia e impresa, il passaggio generazionale, e le sono valsi una serie di riconoscimenti, tra cui quello di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Tutti gli incarichi ricoperti testimoniano l’impegno di Cristina Bombassei rispetto ai temi dell’innovazione e della sostenibilità d’impresa e il suo ruolo attivo nella promozione di modelli imprenditoriali etici e sostenibili.
L’abbiamo incontrata a margine della cerimonia di proclamazione per conoscere meglio la sua storia e la sua visione del mondo.
Ci siamo incontrati qualche giorno fa, era già emozionata; oggi ancora di più. Come si sente dopo l’evento? È stato come se lo aspettava?
È stato ancora meglio. C’era grande emozione mista a tensione per questo momento così importante per me. Mi ha fatto grande piacere vedere presente una platea di persone amiche, di imprenditori, di colleghi e collaboratori che con me hanno fatto questo percorso.
Le parole della professoressa Marika Arena, quelle della Rettrice Donatella Sciuto, mi hanno molto emozionata, ma anche responsabilizzata. Essere la prima donna laureata honoris causa in ingegneria al Politecnico di Milano mi ha dato quel senso di profonda responsabilità per le generazioni di donne che verranno dopo di me.

Abbiamo parlato di legacy, di capacità di trasmettere qualcosa di duraturo alle generazioni future. Mi è venuta una curiosità: come da bambina, da ragazza, da adolescente vedesse il suo futuro. Lei si aspettava già allora di seguire le orme della sua famiglia oppure è qualcosa che è risultato in qualche modo inaspettato?
Fin da giovanissima ho seguito le orme di mio padre. Con la mia famiglia ho sempre vissuto l’azienda, partecipando alla fase evolutiva del nostro gruppo, da piccola impresa di una piccola Città al gruppo internazionale che è oggi. Ho sempre sentito di voler avere un ruolo in questa magnifica storia. Appena ho potuto sono entrata in azienda, cercando di trovare un percorso professionale per me e per quelle che sono le mie attitudini nel voler lasciare un segno.
Non è stato facile, perché da figlia dell’imprenditore devi conquistarti la fiducia dei collaboratori, ma anche un tuo ruolo che va dimostrato sul campo, indipendentemente dal proprio background. Da parte mia, non sono mancate tenacia, sana curiosità e profonda passione, tratto distintivo di chi lavora in Brembo.
Non c’è stato nulla di inaspettato perché il mio percorso, che nel tempo si è specializzato sulla sostenibilità nella sua eccezione più ampia, è maturato seguendo le diverse evoluzioni della materia in un settore ambizioso, come quello automotive. L’inaspettato è stato il risultato raggiunto da Brembo in questi anni di affascinante percorso.
È bello sentir parlare di questo senso di famiglia che regna anche tra i suoi collaboratori e le persone che la circondano. Il clima nella sua azienda è all’insegna di questo spirito?
Sì. Come impresa familiare abbiamo dei valori forti che cerchiamo di trasmettere, anche con l’esempio, a tutte le nostre sedicimila persone nel mondo. Questa legacy, a cui crediamo moltissimo, si unisce ad un forte senso di appartenenza e alla professionalità di tutti i nostri collaboratori. Entrando in Brembo ogni giorno, ci piace pensare che i nostri collaboratori si sentano parte di un progetto e di una strategia comune e che con la loro professionalità e passione consentano al Gruppo di raggiungere sfide importanti. Alla fine, il risultato è di tutti, della squadra. È questa la vera forza di Brembo.

Pensa che i suoi figli seguiranno le sue orme o prenderanno un’altra strada?
Ho figli ancora giovani. Avranno libertà assoluta di seguire la loro vocazione. Ciò che è importante per me è che abbiano nella vita grande consapevolezza delle loro possibilità e un forte senso di responsabilità.
Mi ha colpito molto il concetto di “essere dei buoni antenati”, e la passione con cui l’ha ribadito più volte durante la sua lectio magistralis. Ne emerge un senso di responsabilità fortemente radicato. Che cosa significa per lei? E cosa dovrebbe significare per un’azienda in generale, nel contesto attuale?
Essere buoni antenati è un concetto che mi accompagna da tempo, ed è stato naturale per me metterlo al centro della mia Lectio Magistralis, perché ci invita a guardare oltre l’immediatezza del presente e a porci una domanda fondamentale: cosa possiamo fare oggi per chi verrà dopo di noi? Per me significa assumersi una responsabilità quotidiana, riflettendo sulle conseguenze a lungo termine delle nostre azioni per compiere scelte consapevoli, capaci di lasciare un impatto positivo e duraturo, anche per coloro che non conosceremo mai. Nel contesto aziendale, questo è possibile se si ha una governance trasparente e responsabile, un’organizzazione agile e capace di adattarsi ai cambiamenti, e soprattutto grazie a strategie coerenti con i valori fondativi dell’azienda.

Quello di Brembo è un caso di passaggio generazionale di successo. Uno scoglio su cui molti, purtroppo, sono naufragati. Visto che le aziende familiari sono una parte fondamentale del tessuto economico italiano, quali consigli si sentirebbe di dare in questo senso? Qual è stato il vostro “segreto”?
Il passaggio generazionale è un processo che si costruisce nel tempo. Nel nostro caso non ci sono segreti, solo una preparazione accurata: avviare il processo con anticipo, costruire fiducia e competenze, definire ruoli e responsabilità e condividere visione e valori. Senza aspettare che il cambiamento accada, ma preparandosi per tempo.
Lei è stata pioniera della sostenibilità in Brembo. Cosa l’ha spinta a creare la Direzione Sostenibilità del Gruppo?
Quando abbiamo creato la Direzione Sostenibilità nel 2012, il tema non era ancora così diffuso come oggi. Eppure sentivo già con forza l’urgenza di affrontare le sfide sociali e ambientali in modo concreto. Non si trattava solo di responsabilità, ma della volontà di fare davvero la differenza – una differenza che potesse avere un impatto positivo sulle generazioni future.
È stata una decisione strategica. La sostenibilità è diventata fin da subito parte integrante della cultura di Brembo, toccando nel tempo ogni funzione e processo, fino a trasformarsi in una leva concreta di competitività, innovazione e reputazione. Per me, questo passo nasce anche da una visione più ampia, quella appunto di essere “buoni antenati”, di contribuire con scelte aziendali responsabili alla costruzione di un futuro migliore e più equo, che vada oltre il nostro presente e lasci un’eredità concreta e duratura.
È possibile, al giorno d’oggi, in azienda, innovare pur restando fedeli ai propri principi e alla visione di strategia integrata? In che modo?
Sì, è assolutamente possibile innovare restando fedeli ai propri principi e alla visione strategica integrata. Anzi, credo che l’innovazione abbia davvero senso solo se è coerente con i valori che definiscono l’identità dell’azienda. In un contesto come quello di Brembo, innovare non significa inseguire ogni novità, ma fare scelte consapevoli, guidate da una visione chiara e da una forte responsabilità verso il futuro.
Significa anche investire in competenze, nelle persone, nella cultura aziendale. Perché l’innovazione tecnologica, senza un’evoluzione culturale interna, rischia di essere solo un cambiamento di facciata. È questo equilibrio tra continuità e trasformazione che permette di costruire un’innovazione autentica, duratura e allineata con la nostra identità.

Per adattarsi alle sfide globali, lei ha detto che è necessario dotarsi di un’organizzazione agile. Come la si ottiene, all’interno di una struttura complessa come può esserlo un Gruppo internazionale? E questo aspetto come si rapporta con l’esterno, dove la burocrazia è – per definizione – tutt’altro che agile?
L’agilità nasce soprattutto da un’organizzazione che favorisce l’innovazione e la collaborazione. Non è solo una questione strutturale, ma anche strategica, è fondamentale allineare la sostenibilità con la visione aziendale, così da muoversi in modo coerente e rapido di fronte alle sfide. Quanto alla complessità di un gruppo internazionale, credo che l’agilità si costruisca creando ambienti che stimolino il confronto e la responsabilità a tutti i livelli, permettendo così di adattarsi senza perdere la coerenza.
La burocrazia può rappresentare un ostacolo. A muoverci è innanzitutto un approccio etico, guidato da un purpose autentico e non solo dall’obbligo normativo. Un’impresa deve rispettare la legge, questo è indiscutibile. Ma se l’unica motivazione è il rispetto della norma, allora all’azienda manca l’anima, quella spinta morale che ci porta a fare sempre un passo in più. Perché solo così possiamo davvero essere dei buoni antenati, pensando al futuro che lasciamo, andando oltre gli obblighi formali.
Per le piccole e medie imprese italiane è probabilmente più complicato rendere i processi sostenibili, e stare al passo con le recenti normative ambientali europee. Di che tipo di supporto ci sarebbe bisogno, a suo parere?
Per le PMI italiane, affrontare le sfide legate alla sostenibilità e adeguarsi alle normative ambientali europee è sicuramente più complesso rispetto alle grandi aziende. Le norme, spesso articolate e tecniche, risultano difficili da interpretare per realtà che non dispongono delle stesse risorse economiche e organizzative.
A mio parere, sarebbe necessario costruire un percorso di educazione graduale, che metta a disposizione strumenti semplici, chiari e accessibili per aiutare le PMI a comprendere e applicare concretamente i nuovi requisiti. È inoltre fondamentale offrire un supporto tecnico e formativo costante, che accompagni le imprese nella transizione sostenibile, senza penalizzarle ma valorizzandone le potenzialità. Solo così si può garantire un’evoluzione inclusiva e realmente efficace per tutto il tessuto produttivo italiano.
Quanto è importante la parità di genere all’interno di un posto di lavoro, per avere voci e approcci diversi su uno stesso tema?
L’innovazione non ha genere, non esistono ruoli “maschili” o “femminili”, esistono persone, competenze e passione. In un settore – quello automotive in cui operiamo – storicamente percepito come maschile, superare gli stereotipi e valorizzare le differenze significa arricchire il confronto, stimolare nuove idee e creare valore.
In Brembo lavoriamo ogni giorno per dimostrarlo, investendo in percorsi di formazione e promuovendo modelli femminili soprattutto nelle aree STEM, dove c’è ancora molta strada da fare. Oggi il 45% del nostro CdA è composto da donne, ma la vera sfida non è solo ai vertici, è diffondere, a tutti i livelli, la consapevolezza che la diversità è un valore concreto. Perché solo con voci e punti di vista diversi attorno allo stesso tavolo si possono prendere decisioni più giuste, più efficaci e più lungimiranti.

L’impatto sociale per lei ha un’importanza primaria. Sono molti i progetti che ha seguito personalmente a nome dell’azienda: a quale è più legata, e perché? Il tipo di feedback, rispetto a quello economico, è sicuramente diverso: qual è il valore aggiunto di queste azioni, a livello personale e a livello aziendale?
Uno dei progetti a cui sono più legata è la Casa del Sorriso, in India. Si tratta di una delle iniziative sociali più longeve e significative per Brembo, non solo per la sua continuità nel tempo, ma anche per il profondo impatto umano che è stata in grado di generare. La nostra lunga presenza nel Paese ci ha permesso di conoscere da vicino le dinamiche socio-economiche locali e di individuare i bisogni concreti della comunità.
Da questa consapevolezza, nel 2017, è nato il progetto Casa del Sorriso, co-progettato con Fondazione CESVI, e rivolto a donne e bambini che vivono in condizioni di forte vulnerabilità nella periferia di Pune. Il progetto comprende tre centri educativi e un centro servizi dedicato al supporto socio-sanitario e all’orientamento professionale delle persone coinvolte. Ad oggi, ha raggiunto oltre 5.500 beneficiari, contribuendo in modo concreto e duraturo al miglioramento delle loro condizioni di vita.
Il valore di un’iniziativa come questa non si misura in termini economici. Ricevere il riscontro diretto delle famiglie, osservare i progressi dei bambini, vedere come i programmi di formazione professionale offrano opportunità concrete: tutto questo lascia un segno profondo anche a livello personale. Per Brembo, rappresenta un modo per restituire al territorio, andando oltre la dimensione produttiva. È un segnale tangibile di responsabilità, attenzione e presenza attiva. Questi progetti ci ricordano che fare impresa significa anche contribuire al benessere delle comunità in cui operiamo.