L’inizio di una storia nuova: l’Ingegneria Gestionale arriva al Politecnico

A volte le rivoluzioni accademiche nascono in silenzio, tra un’aula universitaria e una riunione di facoltà. Negli anni Settanta, al Politecnico di Milano, prese forma un’idea destinata a cambiare profondamente l’ingegneria italiana: unire la competenza tecnica alla visione economico-organizzativa. È da quell’intuizione che nacque l’Ingegneria Gestionale, un corso di studi oggi consolidato ma allora del tutto inedito.

Ne parliamo con il professor Armando Brandolese, tra i protagonisti di quella stagione pionieristica, che ha contribuito alla fondazione del corso di laurea e, più tardi, del MIP – la scuola di management del Politecnico.

Professore, come nacque l’idea di una nuova ingegneria, quella “gestionale”?

Tutto iniziò alla fine degli anni Sessanta, quando al Politecnico alcuni giovani docenti – tra cui il professor Wegner, il professor Roversi e il sottoscritto – cominciammo ad occuparci di temi che andavano oltre la meccanica tradizionale. Lavoravamo nell’Istituto di Meccanica diretto dal professor Antongiulio Dornig, che fu il nostro punto di riferimento, e collaboravamo con il professor Raimondi, all’epoca docente di Impianti Meccanici e consulente per l’industria Techint.

Con lui iniziammo a studiare i problemi legati alla gestione degli impianti industriali: la produzione di gamme di prodotti differenti su un unico impianto, i costi di fermo e di setup, la manutenzione, la logistica, la scelta della filiera produttiva. In breve, ci accorgemmo che il lavoro dell’ingegnere doveva comprendere anche una visione gestionale, non solo tecnica.

Parallelamente, nel Dipartimento di Elettronica si stava formando un altro gruppo – costituito dai professori Brioschi, De Maio e Bertelè – che affrontava questioni economiche e organizzative. All’inizio procedevamo separati, ma presto le nostre strade si incrociarono: erano nati, di fatto, i due nuclei fondatori dell’Ingegneria Gestionale.

Qual era il contesto economico e industriale dell’epoca?

L’Italia stava vivendo un periodo di grande sviluppo industriale. Le imprese meccaniche e manifatturiere crescevano rapidamente e si confrontavano con problemi di produzione complessi: gamma di prodotti, gestione dei lotti, manutenzione, qualità.
In quegli anni cominciava a imporsi il modello giapponese della Total Quality, e io stesso, con alcuni colleghi, visitai Toyota per comprendere da vicino il loro approccio.

C’era la consapevolezza che l’ingegnere non potesse più limitarsi a progettare macchine: doveva anche saperle gestire, ottimizzarne la produzione e comprendere le logiche economiche che ne stavano alla base. Era un cambiamento culturale profondo.

La prima sede del Dipartimento din Ingegneria Gestionale in Città Studi a Milano © DIG

Quando si passò dall’idea alla realizzazione concreta di un corso di laurea?

La proposta nacque tra il 1973 e il 1974. Avevamo già introdotto alcuni insegnamenti innovativi – gestione della manutenzione, gestione della produzione, qualità, logistica – all’interno di Ingegneria Meccanica. Ma capimmo che serviva un percorso organico, un corso di laurea autonomo.

Un evento inatteso accelerò tutto: il terremoto del Friuli del 1976. Per ricostruire il sistema universitario della zona, il Ministero istituì a Udine un nuovo corso di “Ingegneria delle tecnologie industriali a indirizzo economico-organizzativo”. Fu un precedente decisivo: con l’appoggio del preside, il professor Massa, riuscimmo ad attivare lo stesso corso anche al Politecnico di Milano.

Ci furono resistenze in Ateneo o scetticismi iniziali verso l’introduzione di una laurea “ibrida” tra ingegneria ed economia?

Sì, inizialmente non mancò lo scetticismo. Alcuni colleghi ritenevano che le materie proposte – gestione della qualità, della manutenzione, della produzione – non fossero “vere” materie di ingegneria. Per prudenza, il Consiglio di Facoltà deliberò un numero chiuso di 50 studenti.

Già dal primo anno però ricevemmo molte più domande. Dopo due o tre anni, i candidati erano centinaia: proposi di abolire il numero chiuso, e la Facoltà approvò. Quell’anno ci trovammo con oltre 900 matricole. Un boom inatteso, che confermava la domanda di formazione in questo nuovo ambito.

Qual era la visione originaria dell’ingegnere gestionale?

Volevamo formare una figura capace di integrare competenze tecniche e gestionali: un ingegnere che sapesse parlare sia il linguaggio della produzione sia quello dell’organizzazione aziendale. All’epoca c’era un vuoto di competenze. Le imprese avevano bisogno di professionisti che conoscessero gli impianti e le tecnologie, ma anche la pianificazione, la logistica, la qualità e la gestione economica.

La sede odierna del Dipartimento di Ingegneria Gestionale in Bovisa © DIG

Da quell’esperienza nacque anche il MIP, la Scuola di Management del Politecnico?

Esatto. L’idea nacque nei primi anni Settanta, quando insegnavo anche alla SDA Bocconi. Un giorno il mio collega Roversi mi disse: “Perché non creiamo noi un master al Politecnico?”. Così fondammo il MIP – Master in Ingegneria della Produzione.

Partimmo quasi per scommessa, con una ventina di iscritti, in alcune aule del Politecnico e poi al Palazzo delle Stelline. Fu il primo passo di quella che sarebbe diventata una grande scuola di management, capace di unire il rigore tecnico all’approccio manageriale.

Quali erano le materie insegnate nei primi anni del corso di laurea?

Nei primi due anni e mezzo gli studenti seguivano gli insegnamenti di base dell’ingegneria – matematica, fisica, scienza delle costruzioni. Dal quarto anno in poi arrivavano le discipline caratterizzanti: gestione della produzione, manutenzione, qualità, economia e organizzazione aziendale.

Era un equilibrio tra fondamenti tecnici e apertura verso il mondo dell’impresa. E direi che questa impostazione è rimasta nel tempo.

Linea del tempo dell’Ingegneria Gestionale al Politecnico di Milano © DIG

Guardando oggi a quel percorso, di cosa è più orgoglioso?

Delle persone. Siamo riusciti a formare e coinvolgere giovani di grande valore, che poi sono diventati professori, ricercatori, dirigenti. Penso ad Andrea Sianesi, che ha percorso con me un lungo tratto di strada, o a Giovanni Azzone, poi rettore del Politecnico. E ancora Alessandro Perego, Marco Perona, Sergio Cavalieri, e tanti altri.

Molti di loro hanno contribuito a far crescere la scuola e a darle una dimensione internazionale. Questo, più di ogni altra cosa, è il mio orgoglio.

L’Ingegneria Gestionale oggi è una delle lauree più richieste. Se lo sarebbe immaginato?

Forse non nelle proporzioni attuali. Ma era chiaro fin da subito che rispondeva a un bisogno reale: quello di unire la cultura tecnica con la capacità di gestire sistemi complessi.

In fondo, è questa la cifra distintiva dell’ingegnere gestionale: comprendere il funzionamento delle cose e, allo stesso tempo, guidarne il cambiamento.

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