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Dove il design dialoga con la materia vivente: al B.Lab il futuro del biodesign

L'essere umano come parte di un ecosistema. È da questo cambio di prospettiva che nasce B.Lab, il nuovo laboratorio del Politecnico di Milano dedicato al biodesign e ai materiali per la transizione. Tra miceli, alghe, cellulosa batterica e biomasse di scarto, il laboratorio guidato da Valentina Rognoli e Sofia Duarte sperimenta nuovi modi di progettare, in dialogo con la materia vivente e con le logiche della natura.

Per anni hanno lavorato sui materiali con le mani, sperimentando biomasse, scarti organici, miceli, alghe e cellulosa batterica tra ricerca, didattica e prototipi. Oggi questi anni di studio e sperimentazioni hanno finalmente uno spazio dedicato: B.Lab – Biodesign and Materials Design for Transition Lab, il nuovo laboratorio del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano dedicato al biodesign e ai materiali per la transizione.

Guidato dalle professoressa Valentina Rognoli e della assegnista post-doc Sofia Duarte Poblete, più che un semplice laboratorio, B.Lab è un luogo in cui il design cambia prospettiva: non più soltanto progettazione di oggetti, ma riconoscimento delle agenzie materiali e  dialogo con la materia vivente.

Tra funghi, alghe, biomasse e scarti organici, il laboratorio esplora nuove forme di produzione orientate alla rigenerazione e alla circolarità, coinvolgendo designer, ingegneri e biologi in un approccio sempre più interdisciplinare.

Un’idea coltivata negli anni

«Era tantissimo tempo che volevamo creare un laboratorio come questo» racconta la professoressa Valentina Rognoli. «La scintilla concreta è arrivata grazie a un finanziamento, quello del PNNR con il progetot MICS e al fatto che qualcuno abbia iniziato a credere in questa visione insieme a noi. Ma l’idea nasce da una convinzione che portiamo avanti da anni: per lavorare sui materiali serve sperimentare direttamente, sia nella ricerca sia nella didattica».

Nel design, spiega Rognoli, si parla sempre di più di approcci legati al biodesign e all’utilizzo di risorse non convenzionali: biomasse, scarti, organismi viventi come miceli, alghe o cellulosa batterica. «Crediamo fortemente che questo approccio rappresenti una parte importante del futuro del design».

Per Sofia Duarte, che prima di diventare collega è stata studentessa della professoressa Rognoli, il laboratorio rappresenta anche il naturale sviluppo di un percorso iniziato molti anni fa.

«La professoressa Rognoli lavora sul design dei materiali da più di venticinque anni e grazie a lei, anch’io sono stata spinta a progettare attraverso la materia, usando le mani e lavorando sugli aspetti sensoriali, espressivi e sostenibili dei materiali» racconta Duarte. «Oggi c’è anche un momento storico particolare: la sostenibilità è diventata una questione centrale e questo ha dato ancora più forza a questi approcci».

Attorno al biodesign, aggiunge, si sta creando un vero e proprio movimento internazionale che prova a ripensare il rapporto tra materiali, diverse specie, ambiente e processi produttivi.

Progettare con gli organismi viventi

Ma che cosa significa, concretamente, progettare insieme a organismi viventi?

«Significa rinunciare all’idea di avere il controllo totale del processo progettuale» spiega Rognoli. «Quando si lavora con organismi viventi non si progetta semplicemente per la materia, ma insieme a essa. Bisogna collaborare con altri organismi, comprenderne comportamenti, tempi di crescita, capacità, limiti e condizioni di vita. È un approccio molto diverso rispetto al design tradizionale: non imponiamo una forma alla materia, ma costruiamo le condizioni affinché possa svilupparsi, trasformarsi ed esprimere le proprie caratteristiche. In questo senso il progetto diventa una forma di negoziazione continua tra intenzione progettuale e processi biologici.»».

Il gruppo utilizza un approccio “material driven”: spesso è il materiale stesso a suggerire possibili applicazioni e scenari progettuali.

«Questo vale ancora di più nel biodesign» continua Rognoli, «perché bisogna considerare le esigenze dell’organismo vivente e capire in quali condizioni possa prosperare. Non si tratta solo di ottenere una performance tecnica, ma di instaurare una relazione di osservazione, adattamento e cura. Lavorare con sistemi viventi significa anche accettare una certa dose di imprevedibilità ed incertezza e riconoscere che il materiale non è completamente passivo, ma partecipa attivamente al processo progettuale.»

Per Duarte, questo approccio implica anche un cambiamento culturale profondo.

«Ci porta a spostare lo sguardo dall’essere umano come centro assoluto. Ci ricorda che siamo parte di un ecosistema più ampio e che ogni progetto ha implicazioni su altre specie e altre ecologie».

Il biodesign, sottolinea, non significa soltanto utilizzare organismi viventi, ma anche imparare dalle logiche della natura: «Non si tratta semplicemente di imitare la natura, ma di capire come funzionano i suoi processi e quali intelligenze esistono nella materia stessa».

Dai miceli agli scarti alimentari: i materiali della transizione

Tra le sperimentazioni del laboratorio ci sono materiali ottenuti da microrganismi, biomasse rinnovabili e scarti organici e innorganici.

«I materiali sviluppati attraverso microrganismi sono oggi molto promettenti» racconta Rognoli. «Parliamo di miceli, alghe, cellulosa batterica: in molti casi si è già raggiunto un livello avanzato di sperimentazione e alcune applicazioni stanno iniziando ad arrivare sul mercato, dal packaging alla moda fino all’architettura e l’interni».

Nel laboratorio si lavora anche su materiali derivati da scarti organici e alimentari: «Abbiamo sviluppato sperimentazioni utilizzando residui della filiera del vino, noccioli di oliva e altri sottoprodotti. L’idea è utilizzare biomasse che altrimenti verrebbero disperse, trasformandole in risorse per nuovi cicli produttivi».

Negli anni, grazie a queste sperimentazioni e ricerche, il gruppo ha costruito una vera e propria tassonomia dei materiali emergenti, spiega Duarte, distinguendo tra materiali derivati da scarti, da risorse rinnovabili e materiali biofabbricati.

«Ci interessa molto anche il tema delle specie invasive o delle biomasse abbondanti, come alcune alghe che crescono rapidamente in acqua salata. Invece di utilizzare risorse che potrebbero avere altri usi, possiamo lavorare con materiali già presenti in eccesso negli ecosistemi e trasformarli in nuove opportunità progettuali».

Un approccio che, come sottolineano le ricercatrici, può contribuire anche a riequilibrare gli ecosistemi e a ridurre la dipendenza da modelli produttivi estrattivi.

Rimettere le mani nella materia

Uno degli aspetti centrali di B.Lab e dell’approccio del materials design riguarda la sperimentazione diretta e il rapporto fisico con i materiali, soprattutto nella formazione delle nuove generazioni di designer.

«Conta tantissimo» afferma Rognoli parlando dell’approccio hands-on. «Da anni lavoriamo sull’importanza di riportare i designer a una relazione diretta con la materia. Prima attraverso le materioteche, quindi toccando i materiali, poi attraverso la sperimentazione vera e propria con il tinkering e l’approccio DIY-Materials».

Secondo la docente, le nuove generazioni sono sempre più abituate a progettare attraverso gli schermi. «Rimettere le mani nella materia significa riattivare una relazione sensoriale e corporea fondamentale. Attraverso la sperimentazione diretta si comprendono davvero le qualità e le proprietà dei materiali e il loro potenziale».

Per Duarte, lavorare concretamente sulla materia significa anche sviluppare una maggiore consapevolezza rispetto al ciclo di vita dei materiali.

«Quando chiediamo agli studenti di sviluppare un materiale, non si tratta soltanto di “giocare” con ingredienti e processi. Ci si chiede di riconoscere da dove arrivano quelle risorse, quale impatto ha la loro estrazione , a che settori potrebbe beneficare o pregiudicare, come verranno smaltite o che cosa accadrà alla fine del ciclo di vita del prodotto in qui si utilizzeranno».

È un approccio che porta gli studenti a ragionare in modo più sistemico e a interrogarsi sulle conseguenze ambientali e sociali del progetto.

Cambiare il rapporto con gli oggetti

Secondo le ricercatrici, la sfida riguarda anche il modo in cui le persone percepiranno i materiali del futuro.

«Il design ha sempre avuto la capacità di accompagnare i cambiamenti culturali» osserva Rognoli. «Oggi deve aiutare le persone a comprendere il valore di materiali che magari derivano da scarti o da organismi viventi e che richiedono nuove forme di relazione e di cura».

Anche l’accettabilità sarà un tema centrale: «Dobbiamo imparare a considerare uno scarto non più come qualcosa di negativo, ma come una risorsa».

Molti di questi materiali, aggiunge Duarte, sono ancora sperimentali e richiedono un cambiamento anche dal punto di vista culturale e narrativo.

«Un materiale biologico può avere caratteristiche diverse rispetto alla plastica tradizionale: magari non durerà cento anni, ma richiederà una relazione più consapevole. Per questo il ruolo della narrazione e dell’educazione è fondamentale».

L’importanza dell’interdisciplinarità

Nel biodesign, spiegano le professoresse, l’interdisciplinarità non è un elemento accessorio, ma una condizione necessaria.

«Il biodesign richiede necessariamente il dialogo tra discipline diverse» sottolinea Rognoli. «Al Politecnico siamo abituati a collaborare con gli ingegneri, ma oggi sentiamo sempre di più la necessità di lavorare insieme alle scienze della vita e alla biologia. La collaborazione con queste competenze è importante per far crescere questo tipo di ricerca».

Duarte racconta delle collaborazioni con lichenologi, biologi marini, agronomi e altri esperti che aiutano il gruppo a comprendere meglio specie ed ecosistemi.

«Il designer può tradurre queste conoscenze in applicazioni, prodotti e scenari, ma il confronto con altre discipline è indispensabile per completare il processo».

Guardando al futuro

Tra cinque o dieci anni, le ricercatrici immaginano B.Lab come un luogo sempre più capace di attrarre ricerca, competenze e nuove collaborazioni.

«Spero che questo laboratorio possa diventare sempre più un catalizzatore di attenzione e ricerca» conclude Rognoli. «Mi piacerebbe che potesse crescere, accogliere più studenti, sviluppare nuove infrastrutture e contribuire alla nascita di percorsi formativi dedicati al biodesign».

Anche Duarte guarda soprattutto alla possibilità di rafforzare il dialogo con le scienze della vita: «Uno dei nostri desideri è riuscire ad avere una presenza più stabile di competenze biologiche all’interno del gruppo di ricerca. Sarebbe molto importante poter lavorare quotidianamente insieme a persone provenienti dalle scienze della vita».

Negli ultimi anni, racconta, sempre più studenti e ricercatori con background scientifici si stanno avvicinando al design: «Per noi è un segnale molto positivo. Significa che si stanno creando nuovi modi di collaborare e nuove prospettive per affrontare le sfide ambientali contemporanee».

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