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A Monza la ricerca entra in pista

L’accordo tra Politecnico di Milano e Autodromo Nazionale Monza crea un laboratorio a cielo aperto per sicurezza, sostenibilità, materiali, mobilità e grandi eventi.

Gara all'Autodromo di Monza

C’è un modo di guardare allo sport che va oltre il risultato, oltre la competizione e perfino oltre l’evento. Lo sport come cultura del tempo libero, come educazione alla salute e al benessere, come infrastruttura sociale, urbana e tecnologica. È da questa prospettiva che Emilio Faroldi, Prorettore Vicario del Politecnico di Milano, legge l’accordo con l’Autodromo Nazionale Monza: non soltanto una collaborazione legata al mondo dei motori, ma un’occasione per mettere in relazione ricerca, formazione, sicurezza, sostenibilità, gestione dei grandi eventi e trasformazione dei territori.

Per Faroldi, che porta in questa riflessione anche lo sguardo dell’architettura, lo sport è una chiave di lettura del mondo contemporaneo. Lo è per gli studenti, sempre più attenti al rapporto tra studio, attività fisica e qualità della vita. Lo è per l’università, chiamata non solo a trasmettere conoscenze, ma anche a contribuire alla costruzione di stili di vita consapevoli. E lo è per un luogo come Monza, tempio della velocità e insieme laboratorio a cielo aperto, dove la ricerca più avanzata può misurarsi con temi che riguardano tutti: la sicurezza, l’ambiente, i materiali, la mobilità, il rapporto con il paesaggio, l’organizzazione di sistemi complessi.

Leggi anche l'intervista sull'Accordo che abbiamo realizzato con Umberto Andreoletti, Director Operations di Autodromo Nazionale Monza

Prima ancora dell’accordo con l’Autodromo di Monza, perché lo sport è un tema importante per un’università come il Politecnico?

Non sottovaluterei il contributo che il Politecnico, e in particolare alcune discipline come l’architettura, possono dare alla costruzione di una cultura del tempo libero. Il tempo libero è uno degli obiettivi della nostra vita: avere spazio per dedicarsi a passioni che siano coerenti con i paradigmi contemporanei, dalla sostenibilità al benessere, dalla salute alla cultura.

Dentro questa cultura, lo sport ha un ruolo fondamentale. Non solo per chi lo pratica a livello professionistico, che rappresenta una minoranza, ma per il suo valore educativo, sociale, economico e culturale. Lo abbiamo visto anche nelle Olimpiadi, sia estive sia invernali: quando lo sport dà un buon esempio ai ragazzi, ha una funzione didattica straordinaria. Insegna lo spirito di gruppo, la fatica, il valore della sconfitta, la capacità di costruire una vittoria proprio a partire da una sconfitta. È una metafora potente, tanto della vita privata quanto del mondo del lavoro.

In che modo questa visione si traduce nella vita del Politecnico?

Negli ultimi anni abbiamo investito molto nello sport, cosa che fino a un decennio fa non aveva la stessa centralità. C’è anche una ragione legata al mercato internazionale dell’università: molti studenti che vengono da altri Paesi hanno nel proprio DNA culturale un forte rapporto tra studio e attività fisica. Quando fanno domanda per venire al Politecnico, chiedono se possono praticare sport diversi, dal polo al cricket. Noi dobbiamo essere pronti a rispondere che nei nostri campus lo sport ha assunto una presenza importante.

Al Campus Leonardo c’è il Centro Sportivo Giuriati, un luogo storico per Milano e per il rugby. In Bovisa stiamo costruendo qualcosa di straordinario: uno dei gasometri, che chiamiamo “Fabbrica dello Sport”, sarà destinato ad attività sportive su più livelli, compresa la piscina. Per chi vive i nostri campus, lo sport è e sarà una componente importante dell’esperienza universitaria.

Lo stato di benessere dei nostri studenti non è soltanto fisico, ma anche psicofisico. Lo sport aiuta chi studia, chi passa molte ore seduto, chi affronta sforzi intellettuali intensi. In questo senso, come università insegniamo anche uno stile di vita, non solo delle materie.

C’è anche un percorso formativo specifico su questi temi.

Sì. Il Master in Sport Design and Management è arrivato alla decima edizione e il corso di Progettazione, costruzione e gestione delle infrastrutture sportive, che tengo alla triennale e alla magistrale, ha compiuto vent’anni. In media ha tra i 70 e i 100 studenti all’anno: significa che almeno 1.500 studenti sono passati da quel corso. È diventato anche una sorta di anticamera del master.

Il master è multidisciplinare e trasversale. Non riguarda soltanto l’infrastruttura sportiva, ma mette lo sport al centro di una riflessione sulla rigenerazione fisica e sociale dei territori e delle città. Ci sono moduli che affrontano gli aspetti culturali, economici, sociali, gestionali, inclusivi. È pensato per chi, dopo una laurea, vuole entrare nel mondo del management sportivo: economisti, giuristi, architetti, ingegneri, professionisti con competenze diverse.

Da dove nasce questo interesse personale e accademico per lo sport?

Lo sport mi è sempre piaciuto. Da ragazzo ho giocato a calcio e a tennis, oggi continuo a praticarlo. Per me non è un obbligo, è un piacere.

Sul piano accademico, tutto è nato da un dialogo con Michele Uva, un grande dirigente sportivo. Mi disse che nel mondo dello sport mancavano cultura dell’infrastrutturazione e formazione. Così nel 2001 organizzammo un corso di formazione permanente sugli stadi per il calcio, con il CNR, la Lega Calcio e molte istituzioni. Da lì è nata la passione per trasferire metodo e conoscenza a un mondo spesso cresciuto in modo empirico e autoreferenziale.

Nel mondo dello sport, le carriere sono state per molto tempo interne: il calciatore diventa commentatore, il commentatore diventa allenatore, il dirigente cresce dentro lo stesso ambiente. Noi abbiamo cercato di formare persone che non necessariamente venissero dallo sport agonistico, ma che avessero passione e competenze per lavorare in quel settore.

Arriviamo all’Autodromo Nazionale Monza. Che cosa rende questo luogo interessante per la ricerca?

Ci sono tre circuiti al mondo che occupano un posto speciale nell’immaginario: Silverstone, Montecarlo e Monza. Montecarlo è l’icona dell’autodromo urbano, Silverstone ha una storia centrale nel motorsport, Monza è il tempio della velocità. Ma Monza è anche altro: è un circuito dentro un parco, un parco tutelato, di grande qualità; è un luogo simbolico dell’innovazione; è un’infrastruttura in cui la ricerca può avere ricadute sulla vita ordinaria.

Pochi sport come automobilismo e motociclismo hanno un legame così evidente tra innovazione estrema e uso quotidiano. Una volta il tema dominante era la velocità. Oggi sono la sicurezza, la riduzione dell’impatto ambientale, il contenimento dell’inquinamento acustico, il rapporto con il paesaggio, la gestione delle masse durante i grandi eventi. Sono tutti temi che il Politecnico affronta nei suoi dipartimenti.

Mettere insieme l’Autodromo e il Politecnico significa far dialogare due eccellenze: da una parte un laboratorio a cielo aperto, dall’altra un sistema di ricerca, docenti, studenti, competenze e laboratori. Monza è vicina a Milano, quasi una sua costola, e questo rende la collaborazione ancora più naturale.

Che cosa significa, concretamente, considerare l’autodromo un laboratorio a cielo aperto?

Significa poter applicare competenze diverse a un contesto reale e complesso. Il Politecnico ha dodici dipartimenti e mi è difficile immaginarne uno che non possa trovare una ricaduta in un tema come questo. Penso alla meccanica, all’energia, all’informatica, all’elettronica; ma anche all’urbanistica, all’architettura, al design, all’ingegneria gestionale, alla fisica, alla matematica.

Un autodromo è un luogo in cui si stressano materiali, sistemi, processi e infrastrutture fino al limite, per poi trasferire conoscenza al mondo ordinario. Una gomma meno performante può far perdere una gara. Un componente elettronico può fermare un’auto a pochi metri dall’arrivo. Una scelta aerodinamica può cambiare la prestazione. Ma ciò che si impara in condizioni estreme può avere ricadute sull’automotive, sulla mobilità quotidiana, sulla sicurezza stradale, sulla gestione dei dati, sull’organizzazione di grandi eventi.

Quali sono i temi di ricerca più promettenti?

La sicurezza è il primo tema. Sicurezza degli oggetti, dei piloti, del pubblico. Quando un mezzo viaggia a 300 chilometri orari, anche una vite può diventare un proiettile. Tutto deve essere pensato, progettato, controllato.

Poi ci sono i materiali, la simulazione, la meccanica, l’energia, la telemetria, il digitale. C’è la gestione dei grandi eventi: durante il Gran Premio, Monza e il suo territorio vengono messi sotto stress da un afflusso enorme di persone. Significa studiare flussi, accessi, mobilità, sicurezza, servizi, impatto sulla città.

C’è anche il rapporto con il parco e con il paesaggio. L’autodromo convive con un ambiente delicato e con cittadini che abitano vicino. Non deve esserci conflitto tra la struttura sportiva e la vita ordinaria della città. Al contrario, bisogna costruire salvaguardie e condizioni perché il cittadino sia coinvolto e possa essere orgoglioso di una struttura che produce sport, cultura e innovazione.

In questa prospettiva, la velocità non è più soltanto prestazione.

Esatto. Oggi non possiamo insegnare il mito della velocità come valore in sé. Dobbiamo parlare di sicurezza, guida sicura, sostenibilità ambientale, responsabilità. L’autodromo può diventare una metafora della città: un sistema complesso, fatto di prestazioni, rischi, regole, tecnologie, comportamenti, impatti.

Io introdurrei persino un corso obbligatorio, anche solo di una giornata, di guida sicura per chi prende la patente a diciott’anni. È inutile limitarsi a dire ai giovani di andare piano. Sarebbe molto più efficace portarli in un luogo sicuro, come un autodromo, e far capire loro quali sono i pericoli reali e quali le contromisure. Un’automobile non è semplicemente un mezzo: può diventare un proiettile. Saper guidare bene non è scontato.

Il mondo dei motori è spesso associato a velocità e spettacolo. Come si tiene insieme tutto questo con sostenibilità e responsabilità?

Proprio perché si tratta di sport potenzialmente pericolosi, bisogna alzare l’asticella. La ricerca deve andare nella direzione della sicurezza, della salvaguardia della persona, del rispetto dell’ambiente. Non è un discorso che riguarda solo l’automobilismo. Tutto lo sport deve interrogarsi sui propri limiti etici: pensiamo al tennis giocato con temperature molto alte, o più in generale alla pressione estrema a cui possono essere sottoposti gli atleti.

Lo sport non può essere spinto fino al punto in cui chi non regge viene escluso o è costretto a forzare i propri limiti in modo non sano. Deve restare un sistema di valori.

C’è anche un tema di inclusione?

Assolutamente. Lo sport è uno dei luoghi in cui la tecnologia può contribuire ad abbattere le disabilità. Penso al lavoro dell’ingegneria biomedica, alle soluzioni che permettono a ragazze e ragazzi con disabilità di praticare sport e competere. Penso anche al percorso della dual career, che consente agli studenti-atleti di conciliare studio e attività sportiva attraverso una maggiore flessibilità nell’organizzazione degli esami.

Lo sport ci mostra che la tecnologia non sostituisce la persona, ma può metterla nelle condizioni di esprimere capacità che altrimenti resterebbero limitate. È un tema culturale enorme.

E nel motorsport?

Anche lì c’è molto da fare. Penso, per esempio, alla presenza femminile. Oggi le griglie di partenza sono ancora prevalentemente maschili, ma in passato ci sono state donne arrivate fino alla Formula 1 e credo che in futuro ci sia un margine enorme di crescita. Le capacità di attenzione, organizzazione, precisione non appartengono a un genere. In altri sport, dal tennis alla pallavolo, il livello femminile è altissimo e ormai pienamente riconosciuto. Il mondo della velocità deve interrogarsi su questo.

Non è un compito specifico del Politecnico, ma come università siamo impegnati ad aumentare la presenza femminile anche nelle ingegnerie, anno dopo anno. Lo sport e il motorsport dovrebbero porsi una domanda simile.

C’è differenza tra automobilismo e sport in cui non sono coinvolte macchine così complesse?

Automobilismo e motociclismo siano sport a tutti gli effetti. È vero, c’è un mezzo, una macchina o una moto, ma la prestazione fisica è enorme. Affrontare una curva ad altissima velocità comporta stress, sollecitazioni, riflessi, capacità di concentrazione, allenamento del corpo e della mente. Un pilota deve essere un atleta.

Lo sport non è solo sforzo muscolare. È anche controllo, lucidità, capacità di prendere decisioni in condizioni estreme. Il punto non è la presenza di uno strumento, ma il rapporto tra prestazione fisica, capacità mentale e strategia.

L’accordo nasce da collaborazioni già esistenti o apre un percorso nuovo?

C’erano già buoni rapporti e sinergie, anche sul piano didattico. Il nostro master, per esempio, ha un modulo legato alla velocità e prevede visite agli autodromi. L’accordo quadro serve però a mettere a sistema queste relazioni. È un rapporto non oneroso tra due istituzioni, dentro il quale si possono sviluppare progetti, attività, tirocini, ricerche, percorsi formativi.

La differenza è proprio questa: passare da collaborazioni puntuali a una cornice stabile, capace di far emergere temi e opportunità in modo sistemico.

Che cosa si augura possa nascere dalla collaborazione con Autodromo nei prossimi anni?

Mi piacerebbe che il rapporto fosse biunivoco. Da una parte, figure che operano nel mondo dello sport e della velocità potrebbero venire al Politecnico a insegnare, portare esperienza, contribuire alla ricerca. Dall’altra, i nostri studenti potrebbero andare sempre più spesso in questi laboratori a cielo aperto, attraverso stage, tirocini, attività applicate.

Penso ai dipartimenti più coinvolti: Meccanica, Energia, Informatica, Elettronica, ma non solo. Penso anche ai corsi sulla guida sicura, vista l’età dei nostri studenti, molti dei quali iniziano a guidare proprio durante gli anni universitari. E penso alle esperienze già presenti al Politecnico, come DynamiΣ PRC, il team che costruisce automobili da competizione per gare universitarie, o alle competenze che abbiamo su materiali, galleria del vento, prove, sicurezza.

Il mondo dei motori è già presente dentro il Politecnico. L’accordo con Monza non nasce dal nulla, ma può dare una cornice più forte e più visibile a un insieme di competenze che esistono da tempo.

Quindi Monza come pista, ma anche come luogo di formazione.

Sì. Vorrei vedere sempre più studenti avvicinarsi allo sport e al motorsport per passione, ma anche per ricerca, progetto, innovazione. Sempre nel segno della sicurezza, della sostenibilità, del rispetto dell’ambiente e della salvaguardia della persona.

L’autodromo può essere molte cose insieme: un luogo simbolico, un’infrastruttura sportiva, un sistema urbano sotto stress, un banco di prova tecnologico, un laboratorio educativo. Per un’università come il Politecnico, è un contesto ideale in cui toccare con mano ciò che si studia, si progetta e si immagina.

La velocità, letta così, smette di essere soltanto spettacolo. Diventa responsabilità. E la pista, da luogo separato dalla città, può trasformarsi in uno spazio in cui la ricerca misura la propria capacità di incidere sulla vita quotidiana.

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